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'L'eredità di Giorgio La Pira nell'Europa di oggi':

 

Caro Presidente,

Signor Sindaco,

Gentili Consiglieri,

Ill.me autorità,

Cittadine e cittadini,

desidero ringraziarvi per l'invito e per la straordinaria accoglienza. È per me un dono essere qui a riflettere su di noi tenendo sullo sfondo la figura di un grande visionario come Giorgio La Pira, "il più più realista di tutti", dirà di lui Giuseppe Dossetti.

Visionario, perché capace di indicare il sentiero; realista, perché capace di leggere in profondità i segni dei tempi.

Per ragioni familiari ho incontrato il professore tre volte. La prima da bambino a Vallombrosa. Rimasi affascinato da questo signore piccolo dagli occhi grandi, un cappellaccio in testa, e la vitalità straripante.

Era un giorno di litigi per lui, perché voleva convincere i suoi amici delle Acli che la scelta di prendere le distanze dalla Dc era fuori luogo.

"Ci garba l'unità", ripeteva mentre chiedevo a mio padre di spiegarmi cosa volesse dire.

Poi dopo alcuni anni, lo incontrai con un gruppo di giovani a Roma. Era tornato da uno dei suoi viaggi a Mosca e si era convinto che ai comunisti servisse un Concilio. "Sono rimasti indietro perché non hanno una chiave di lettura della modernità... non sono in dialogo con la contemporaneità".

La terza volta ero da solo. Venni spedito in Campidoglio, a Roma, perché il professore, ormai anziano, era andato ad un convegno e per una serie di disguidi era rimasto senza accompagnatori e doveva essere portato alla stazione Termini. Camminava a fatica e ci fermammo sul piazzale.

La scena me l'ha ricordata di recente il prof. Andrea Riccardi che casualmente passava di là e vide quello che era un mito del nostro tempo che parlava con un ragazzino... "Ma eri tu quello con La Pira?", mi disse poi con un pizzico di invidia.

Era una bella giornata e guardando Roma il professore mi disse che quello che vedevamo - palazzi, tetti, guglie, colonne, chiese - era il risultato del diritto romano.

Unità, dialogo col mondo, diritto... in tre episodi, casuali ed estemporanei, vi sono alcuni ingredienti di una riflessione molto profonda che ancora ci interroga. Che arriva da un intellettuale animato da una forza interiore che non era improvvisazione (o come si dice oggi “leadership”), ma metodo, costruito dalla sua vita e dalle sue scelte.

Come tutta la generazione cattolica italiana alla quale apparteneva, La Pira era di certo

destinato ad essere protagonista di una riconquista cristiana della società contro la modernità.

Era il grande mito trainante che aveva generato una cultura del nemico.

Eppure anche in chi, come padre Gemelli, aveva dato a quel mito una forma progettuale e immaginato un nazionalcattolicesimo come destino del paese, erano ferme due convinzioni: e cioè che a quel ruolo potessero ambire solo coscienze formate e competenze profonde.

I professorini che arrivano alla Costituente dalla scuderia gemelliana (Fanfani, Lazzati, La Pira, Dossetti) non erano dunque come i loro colleghi azionisti o comunisti o socialisti interpreti naturali di una passione democratica, ma lo diventarono, con una forza trainante proprio sul terreno della lotta per la giustizia, nella costruzione di una democrazia sostanziale che ci regalerà pagine

costituzionali nelle quali davvero è riassunto il sacrificio di un popolo che ha trovato energie per costruire un sistema repubblicano con una chiara matrice personalista.

I professorini diventarono padri costituenti perché erano stati abituati ad essere esigenti con la propria implacabile coscienza e perché erano solidissimi, in una preparazione intellettuale e morale che li aveva liberati dalla ipnosi del ventennio, rendendo insopportabili la menzogna gridata e il nazionalismo ringhioso.

Fra loro, La Pira era a proprio agio e insieme un anticipatore, per quello spirito profetico formato da una vita interiore profonda che diventava metodo.

Ed è con questo metodo che ha intuito in anticipo i nodi politici, teologici, diplomatici e culturali dell’Italia liberata, messa davanti alla

alternativa fra una mera riproposizione dello schema liberale che si era rivelato vulnerabile alla propaganda mussoliniana e una ricerca più profonda e più alta, che si costruiva spiegando, parlando, condividendo anche nello stile di vita l’attesa della “Povera gente”.

La Pira scrive per le Cronache Sociali come tutti sanno questo strepitoso testo che indica la postura del politico che voglia essere tale e non semplicemente il piazzista del suo super ego.

Saper guardare lontano chinandosi sul bisogno reale delle persone, guardandole ad altezza d’uomo, e predisponendo strumenti di governo - ogni strumento pacifico è lecito - per una “lotta organica contro la disoccupazione e la miseria”. Con un imperativo, che i poveri non possono aspettare.

Di recente, ammirando un quadro in cui Dio dà la mano ad un Adamo sdraiato, come a volergli dare vita, Papa Francesco ha commentato che quello è l’unico momento in cui un uomo può essere guardato dall’alto.

Guardare ad altezza d’uomo è un metodo prima che una forma.

E il romanista che credeva al primato della società sullo Stato, che non si stancherà di rimproverare alla rivoluzione francese di aver distrutto corpi intermedi necessari, capisce che l’attesa della povera gente inizia dal governo.

Lezione fondamentale perché ancora oggi chi fa politica democratica e dunque esercita i poteri propri dei sistemi democratici si deve interrogare sul senso di una azione che, fra mille rivoli decisionali deve strutturare un solo obiettivo: quello di lavorare per la giustizia.

A questo obiettivo La Pira ha dato un contributo che ha fatto vedere quale può essere il contributo, formato e rigoroso, alla Città degli uomini: che non è quello di costruire confessionalismi diretti o obliqui, ideologismi idolatri, ma al contrario è quello di allargare la propria tenda perché sia più accogliente.

Quando i cristiani hanno smesso di farlo e i pastori hanno smesso di insegnarlo, il prezzo è stato salato: una disintermediazione che non accorcia le distanze fra governati e governanti, ma riduce le comunità ad attori di lotte gladiatorie inutili o pericolose; l’abbandono delle devozioni cristiane più dolci nelle mani di chi è disposto a manipolare la pietà credente per calcoli sempre sbagliati; il disinteresse alla pace di cui vediamo con orrore gli effetti nella ennesima guerra che insanguina il Medio oriente.

La politica deve dunque riprendere con molta umiltà e ripartire dal metodo.

C’è una bella lettera a Fanfani del 1958 che già Dossetti citò parlando di La Pira:

“La sola metodologia di vittoria è la rinuncia a se stessi, il distacco radicale dalla propria piccola sfera... Gli strumenti che suggeriscono

l'ambizione, la colpa, la meschinità, sono strumenti radicalmente privi di efficacia politica”.

E' proprio il discorso sul metodo quello che va fatto in questo periodo storico così eccezionale.

In quella lettera c’è un riferimento alla mondialità che non è generica o spiritualistica.

Ma è l’esito di una convivialità che aveva fatto di quest’uomo mediterraneo trapiantato a Firenze una persona capace di farsi formare dagli altri: il cenacolo di “Principi”, il soccorso agli ebrei insieme al cardinale Elia Dalla Costa

durante la Shoah, la vicinanza non paternalistica e mai strumentale ai poveri della mensa, il cenacolo della Madonnina del Grappa di Don Giulio Facibeni, Giusto fra i Giusti, che ricordo perché da lui si sposarono i miei genitori.

La città, che non è fatta di mattoni, ma di uomini e donne. Una cultura della città mai pensata come un “contenitore”, ma come un soggetto, con una fisionomia propria.

Le città “vive”, veri luoghi dove si diventa “con-sorti”, perché nel consorzio urbano si condivide un destino. E il destino nell’Europa della guerra fredda è di divisione: fra est e ovest, fra nord e sud.

Per questo il suo tiepidissimo atlantismo era compensato da una visione singolare allora e fertile oggi della parzialità dell’Europa: volle a Firenze l’università di un’Europa monca, priva del suo polmone orientale allora, e ancora oggi restia ad assumere i propri doveri politici verso l’Oriente e l’Africa.

Questa Europa lapiriana (“L'Europa dell'immaginazione e dell'adorazione e del messianismo e a un tempo l'Europa dei popoli esclusi dallo sviluppo tecnologico e capitalistico”, diceva) è la grande sfida che abbiamo oggi e che ci viene ricordata dalla presenza vociante, colorata e profetica dei ragazzi del global climate strike.

Sono certo che a La Pira avrebbero ricordato la profezia di Gioele: “Avverrà negli ultimi giorni", dice Dio, "che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni”.

E si sarebbe chinato ad ascoltare l’attesa della “giovane gente” che scende nelle nostre strade e reclama di noi.

Una massa umana enorme, smossa dal coraggio di una giovane ragazza che ha diritto di parola perché è europea, giacché in altri paesi il suo sesso, la sua età, la sua

personalità non avrebbero il permesso di esprimersi.

Giovani che rimproverano le inedie e le subalternità a una industrializzazione costruita, certo per il nostro benessere, ma anche sulla rapina dei beni del pianeta.

Una massa che va ascoltata oggi, prima che venga infiltrata dal velleitarismo e dalla violenza, per sentire nel magmatico costruirsi di istanze e proposte il bisogno di ribadire la centralità della persona, vittima d’una ingiustizia di cui il danno all’ambiente è solo l’espressione.

Sono convinto che a La Pira la giovane Greta avrebbe ricordato la giovanissima Rita, lei sì leader dei miserabili di Viterbo contro l’Imperatore.

La vocazione europeista di La Pira è nata da lontano ed è rimasta una costante nella sua vicenda umana e politica.

Aveva vissuto la tragedia della Seconda guerra mondiale, come un cristiano che vedeva collassare, assieme alle città, gli ordinamenti giuridici che ne costituivano l'impalcatura più profonda. Aveva visto con i suoi occhi gli effetti dell'affermazione del "me ne frego!" e del Führerprinzip; aveva visto Nazioni che dopo la fine della Grande guerra - quella che molti avevano lasciato scoppiare perché, dicevano, sarebbe stata la guerra che avrebbe messo fine alle guerre e che invece svuotò di giovani ogni città e paese d’Italia - avevano ripreso a coltivare l'odio reciproco.

Noi veniamo da quel mondo e non vogliamo tornarci.

Nel 1939, nello stesso anno in cui l'Europa e il mondo venivano gettati in un nuovo e ancora più drammatico conflitto, La Pira aveva già iniziato a gettare le fondamenta della nuova Europa ragionando anzitutto sui principi che la dovevano ispirare.

E "Principi" si intitolava proprio la piccola rivista su cui La Pira, sfidando la censura,

pochi mesi dopo l'entrata in vigore delle Leggi razziali che avevano già avviato migliaia di

ebrei italiani verso i campi di sterminio, affermava il valore fondamentale della persona umana e l'irrinunciabilità dei suoi diritti fondamentali.

Erano pensieri rivoluzionari in una Europa in cui i regimi totalitari avevano perso di vista l'uomo e ragionavano solo in termini di masse.

Ma La Pira aveva capito che la guerra rappresentava una "svolta fatale" e che la legge del più forte non avrebbe prevalso. Non c'è alcun dubbio che lui mantenesse una visione profetica dell'Europa.

Ma attenzione: il profeta - e il cristiano La Pira lo sapeva bene - non è un divinatore, ma colui che è capace di leggere in profondità il suo presente e di intuirne razionalmente i suoi sviluppi, anche tragici. La Pira aveva capito perfettamente che un'Europa fondata sulla sopraffazione, sull’odio e la furia, era destinata a cadere, come effettivamente accadrà.

E quando dopo la fine della Seconda guerra mondiale nuove tensioni nacquero dalla spartizione di Yalta, La Pira comprese ancora

una volta che occorreva spostare il fuoco dell'attenzione dalle logiche della contrapposizione dei blocchi. Occorreva insomma diventare capaci di guardare al

Continente europeo non come a un territorio su cui si combatteva una apparentemente incruenta guerra fredda, ma come a un continente che ospitava una grandiosa storia di civiltà, di cui le città recavano tracce incancellabili.

Nel 1953, aprendo il convegno dei sindaci delle città, La Pira esprimeva dunque questo concetto: "Vedere l'Europa e l'Italia che è arto essenziale di essa: e Firenze che è nell'Italia la perla".

"L'Europa", aveva aggiunto, significa un certo complesso di valori sociali, politici e culturali, “centrati attorno alla persona umana".

L'invito di La Pira aveva già iniziato a incarnarsi attraverso la capacità di uomini politici che avevano il tedesco come lingua comune e parlavano in cattolico. Adenauer, De Gasperi, Schuman - che condividevano l'ispirazione cristiana di La Pira - erano già che impegnati per porre le basi di una Comunità europea. Uomini di frontiera, uomini a cui

dovremmo essere sempre grati. Uomini coraggiosi perché sfidarono le proprie opinioni pubbliche in un’opera che ci ha consentito riconciliazione e prosperità.

Ma l’Europa, nell'idea del professore, non era semplicemente una possibilità, ma una vera necessità, nel momento in cui l'umanità era entrata nell'età nucleare. Era una novità che sconvolgeva secoli di realpolitik.

Prendendo la parola a Ginevra nel 1954, La Pira dichiarava la sua "categorica" opposizione contro la semplice idea che si potesse ammettere la possibilità anche teorica di una nuova guerra: "La mia dolce e armoniosa Firenze", aveva dichiarato, "non vuole essere distrutta! E questa stessa volontà di vita viene affermata, insieme con Firenze […] da tutte le città della terra: città, ripeto, capitali e non capitali; grandi o piccole, storiche o di recente tradizione, artistiche e no: tutte indistintamente.

Esse rivendicano unanimemente il loro inviolabile diritto all'esistenza: nessuno ha il diritto, per qualsiasi motivo, di distruggerle".

Sono parole che ci interrogano...

Ma è quello che facciamo quando la sera guardiamo alla televisione le immagini di macerie di città, macerie di morti, le foto sbiadite di mamme in fondo al mare con le braccia tese verso la vita?

Abbiamo bisogno tutti di ricostruire il perimetro della nostra personale moralità, di riallineare il sentimento dell’indignazione con l’idea del bene comune, di credere che sia possibile il cambiamento senza il rancore.

Dobbiamo avere più coraggio di quanti scommettono sulla rabbia, perché trasformare la paura in solidarietà, nel tempo asfittico dell’egocentrismo social, diventa la sfida a ridisegnare il nostro spazio vitale e il rapporto fra noi e gli altri. E questa, cari amici, è politica.

Come fu grande politica la missione del professore nel favorire dialogo e pace. Una missione che lo ha impegnato fino alla fine, ripetendo che la pace è inevitabile.

Quando diceva questo, subito partiva l’accusa di essere un utopista.

Era facile giudicarlo così, assumendo un certo cinismo che la pratica politica induce. E ridurre a scherno i suoi interventi, fitti di richiami alla fede cristiana, come assolutamente incompatibili con la logica dei rapporti di forza e delle relazioni internazionali.

Sappiamo, ad esempio, quanto La Pira abbia sempre tenuto fermo un richiamo alla triplice famiglia di Abramo, quella composta da ebrei, cristiani e musulmani.

Un riferimento, facilmente irriso come una improponibile devozione che non aveva nulla a che spartire con i criteri che regolavano i rapporti internazionali, che racchiudeva invece un’idea fortissima: quella, come diceva lui, di «rovesciare le crociate», di uscire da una visione dei rapporti internazionali crociatesca e colonialista.

Non a caso vedeva nel celebre episodio dell’incontro tra Francesco d’Assisi e il Sultano l’esempio dell’unico modo realista con cui impostare i rapporti con il mondo musulmano. E aveva buon gioco, fra l’altro, nell’affermare che la logica coloniale era anche stata quella che aveva determinato una forte destabilizzazione in tutta l’area del Mediterraneo.

Per La Pira, il comune riferimento delle religioni monoteiste ad Abramo poteva costituire il polo magnetico attorno al quale costruire questi nuovi rapporti Euro-mediterranei. Quanta attualità c’è in questa visione, in un momento di forti contrasti nell’area del Mediterraneo. E quanta idea politica contiene la spinta ad una ricomposizione dei conflitti presenti, in un quadrante geografico che rappresenta per noi il nostro spazio vitale. Ma accanto a questo si dovevano anche intensificare gli scambi commerciali e il modello che proponeva era, ancora una volta, quello della città: anzi della nostra città.

E la Firenze di La Pira non era solo un laboratorio teorico, ma il luogo in cui si stava combattendo il diritto alla casa per tutti, al lavoro per tutti, alla scuola e all’ospedale per tutti.

I risultati che si erano ottenuti non arrivavano cavalcando l’onda di una congiuntura economica favorevole, ma precisamente ponendo in essere determinate scelte politiche.

È importante notare che tutto questo avveniva in un contesto politico segnato dalla Guerra Fredda e in un contesto ecclesiale in cui il Concilio Vaticano II – e quindi il dialogo tra le religioni – era ancora solo il sogno di un pugno di cristiani.

La Pira non si arrese mai all’irrisione che accompagnò i suoi sogni; e in una stagione in cui il dialogo appariva come un cedimento colpevole o addirittura un tradimento scelse invece di fare della sua intera vita un dialogo costante: svolto di persona o attraverso le migliaia di lettere che sono anche le vere pagine del suo diario quotidiano.

Con la parola e il sorriso fu capace di intrecciare rapporti intensissimi con esponenti del mondo ebraico e del mondo arabo, di stabilire rapporti con l’Unione sovietica, di giungere ad una importante mediazione per la pace in Vietnam. Cosa avrebbe fatto se avesse avuto internet diosololosa!

Ma la sua strategia era e restava sempre la stessa: unire le città per unire gli uomini.

Il materiale che ci fornisce il professore per riflettere su di noi è ampio e profondo.

E la sua riflessione ci porta anche in angoli di questa città dove la sua opera ha arricchito la coscienza democratica del nostro paese. Un cenacolo di giovani ecclesiastici e laici che hanno soddisfatto l’ambizione di essere al servizio della propria comunità.

Sappiamo del rispetto di cui godeva il professore da parte di don Lorenzo Milani, di quanto deve alla sua formazione padre Ernesto Balducci, di quanta poesia e radicalità abbia riempito il cuore di padre Turoldo che venne a Firenze nel dopoguerra. E di tanti altri - don Benzi, Nicola Pistelli, don Borghi, don Lupori, don Chiavacci, il monaco Divo Barsotti - catturati dalla sua personalità.

Unità, dialogo, diritto, dicevamo all’inizio...

Sono ancora i riferimenti con cui confrontarci.

Unità fra le Nazioni, perché senza lo spazio europeo torneremo sudditi e nessuno sarebbe in grado di affrontare i propri problemi, di risolvere nessuna priorità. Pensateci... pensiamo ai problemi che abbiamo, ai problemi che ha l’Italia... la sfida ambientale, la sicurezza, le questioni finanziarie, gli investimenti, la lotta alla povertà, l’immigrazione, il commercio internazionale, la politica agricola, industriale, la sfida tecnologica. Quali di queste grandi questioni possono essere affrontate dai nostri paesi da soli? Nessuna. E per molte sfide lo spazio europeo è già troppo piccolo. Se dovessimo ritornare indietro, come molti vorrebbero, non avremmo possibilità di superare tante difficoltà, ma metteremmo in gioco il bene più prezioso a cui proprio La Pira teneva di più: la pace fra i popoli europei.

È un rischio molto concreto, perché quando gli Stati non sono in grado di affrontare i loro problemi è naturale che li scarichino sugli altri, alimentando tensioni e addirittura conflitti.

La storia dell’Europa moderna, è la storia delle catastrofi vissute dalle generazioni precedenti alle nostre.

Dialogo. È ancora l’unica strada che può garantire coesione, messa a fuoco delle priorità comuni, partecipazione democratica, stabilità, pace. Due giorni ho aperto come presidente del Parlamento europeo il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo. Quanta emozione vedere attorno a un tavolo i rappresentanti di Nazioni che solo mezzo secolo fa erano allenate ai conflitti. Oggi discutono e polemizzano, spesso non arrivano a decidere e magari non riescono a rinunciare al proprio egoismo e ci fanno arrabbiare.

Ma tutto questo avviene in pace, in una forma che tanti ci invidiano e di cui dovremmo essere più fieri.

L’Europa che abbiamo non è un incidente della Storia, ma il punto di arrivo di un percorso partito dal punto più basso di dolore raggiunto nel nostro Continente.

Unità, dialogo, e diritto. Sì, perché la più importante conquista di questi 70 anni è il diritto europeo. Non ci pensiamo mai. Eppure noi siamo in grado nell’Unione di garantire e proteggere le nostre libertà dall’abuso e dall’arbitrio. È la conquista più preziosa perché riguarda le persone. E fa la differenza con quanto avviene fuori dallo spazio europeo, dove non si gode della stessa protezione, dove si muore per mano dello Stato e per volere dello Stato si è esclusi, incarcerati, violati nella propria identità.

La lezione di La Pira ci spinge ad andare oltre, a non accontentarci dei successi che abbiamo avuto e ad avere tensione nel superare ingiustizie e difficoltà.

Ci spinge ad aumentare la collaborazione, a portare ad unità spazi dove il diritto non ha cittadinanza. Non accontentiamoci, sembra dirci ancora oggi, e col sorriso ricordarci che non possiamo mantenere la nostra fortuna, il nostro patrimonio solo conservandolo ma investendolo in azioni di pace.

Alle nostre spalle ci sono le crociate, le guerre di religione, i conflitti fra le Nazioni e in tutta la sua unicità, la Shoah.

Nel nostro presente c’è il ritorno di suprematismi bianchi assassini, di un terrorismo islamista che strumentalizza la fede, e di un antisemitismo che abbiamo visto colpire anche di recente nel giorno sacro di Yom Kippur ad Halle.

Nel nostro domani c’è un mondo che ha bisogno di una immissione profonda di sapere che aiuti ciascuno a scoprire per custodire i tesori di fraternità che sono il frutto di conoscenza e impegno.

È per questo che trovo giusto e commovente che la Fondazione per le scienze religiose di Bologna, fondata da Giuseppe Dossetti, abbia aperto a Palermo, nel baricentro del Mediterraneo una biblioteca sulla storia e le dottrine degli Islam, dedicata a Giorgio La Pira, che sarà il polo più meridionale della infrastruttura di ricerca europea del settore. Ci serve scoprire i tesori di quel mondo della coabitazione dove sono accadute cose terribili e cose toccanti.

Chi salva una vita salva il mondo intero, dice il Talmud. La conoscenza è quello strumento che ci insegna a salvare la vita e a vivere la fraternità nella quale tutti gli europei, di ogni fede e non credenti, si possono riconoscere con fiducia.

Vi ringrazio per questa mattinata passata nella città dove sono nato e dove tanti affetti e relazioni mi hanno formato. Una città con la vocazione ad essere città del mondo, che i fiorentini conservano, che voi amministratori custodite, arricchendo il nostro paese di sapere e bellezza. Quando saremo arrivati al termine della costruzione europea, e tanti muri saranno crollati e tanto spirito nazionalistico svanirà, a formare l’Europa saranno le nostre città. E Firenze si troverà avvantaggiata perché ha avuto una ricchezza di esperienze, di sapere che saprà da che punto prendere il mondo e come aiutarlo a crescere in pace.

È un momento particolare, molto delicato e dobbiamo restare molto saldi.

E chi resta saldo? Solo colui - parafrasando Bonhoeffer - che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la propria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo.

“Ma dove sono questi uomini responsabili?”, si chiedeva il teologo.

La domanda di Bonhoeffer è terribile e vale per ciascuno di noi. Portiamocela sempre con noi, non per angosciarci, ma per riempirci di coraggio e speranza attrezzandoci anche, come consigliava Emmanuel Mounier, ad avere sempre come Giorgio La Pira una grande immaginazione.