Bassetti: intervento a Spes Contra Spem 4 a Palermo

IV Convegno Nazionale Giorgio La Pira

Spes contra spem

Palermo 13-14 Ottobre 2017

 

Giorgio La Pira e la Città

di Em. Card. Gualtiero Bassetti

 

Cari amiche e cari amici,

vi ringrazio di cuore dell’invito che mi dà modo di conoscere le associazioni e i gruppi che nel territorio nazionale sono impegnate, attraverso molteplici attività, a “far fruttare” l’eredità lapiriana. In questi ultimi anni, e ancora più in questi mesi, ho riflettuto spesso sulle vicende fiorentine del tempo di La Pira che possono essere comprese, in un certo qual modo,  attraverso il binomio indissolubile del pane e la grazia.

Dai suoi scritti ho individuato quattro “passaggi” attraverso i quali, mi pare, La Pira abbia tradotto nel governo della città di Firenze, il binomio del pane e della grazia. Li elenco perché – una volta poste due piccole premesse – costituiranno l’ossatura del mio discorso: la concretezzala bellezzala cultura e l’unità.

La prima premessa riguarda il fatto che La Pira sia stato uno “sperimentale”. Firenze, non fu una “vetrina” per le sue azioni internazionali, ma il laboratorio dove sperimentare alcuni “principi operativi”: quelli fondamentali della Costituzione repubblicana, quelli economici che si trovano in L’attesa della povera gente  e, infine, i principi della sua inedita e in fieri civiltà cristiana.

La seconda premessa è questa: La Pira, nella sua azione politica e amministrativa ha saputo e voluto interpretare alcune aspirazioni profonde della città. L’azione politica seguì, infatti, un apprendistato lento, durato più di venti anni, che gli permise di entrare in profondità nel tessuto sociale, culturale, popolare della città; mi riferisco al tempo del suo impegno in una miriadi di gruppi dell’associazionismo cattolico, nelle Conferenze di San Vincenzo, l’appuntamento settimanale della Messa di san Procolo, l’insegnamento universitario, e poi la partecipazione attiva alla rete di aiuto e protezione agli ebrei perseguitati e, da ultimo, alla presidenza – dalla fine del 1944 – dell’Ente Comunale di Assistenza. Una lenta gestazione dell’impegno politico, che permise al futuro Sindaco di Firenze di arrivare, come direbbe papa Francesco, “là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi” e di raggiungere “con la Parola di Gesù i nuclei più profondi e l’anima della città” (cfr. Evangelii Gaudium, 74).

La Pira, quindi, non fu un ideologo nel senso deteriore del temine. Egli aveva dei principi forti, delle idee, anche delle intuizioni, ma non le caricò sulla città a prescindere dal suo tessuto concreto: la sua proposta per Firenze interpellò, infatti, una cultura profonda della città. Quando, per fare un esempio, La Pira decise di dare la cittadinanza onoraria a don Giulio Facibeni, non fece altro che dare rilievo civico e politico al fatto che i fiorentini, credenti e non credenti, avevano già riconosciuto come dimensione autentica della vita della città quella particolare esperienza di carità cristiana vissuta.

Ovviamente a Firenze non c’era solo la Madonnina del Grappa, e la cultura della carità cristiana non era unica né prevalente. Infatti, la grandezza del La Pira politico sta nell’essere riuscito a dare valenza politica alle culture solidali, aldilà delle divisioni ideologiche, che pure erano feroci. Questo gli diede la forza, genuinamente politica, per requisire le case e per occupare le fabbriche. Altrimenti questa forza non l’avrebbe avuta.

Ecco che il primo passaggio della proposta politica con cui La Pira intese tradurre il binomio indissolubile del pane e della grazia è già introdotto: la concretezza. Il 5 luglio 1951, nel discorso programmatico, durante un animato consiglio comunale, il neo Sindaco di Firenze “fondava” il primo punto del suo programma amministrativo nella “pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili”[1]. Allo stesso tempo, affermava che per ottemperare a questo obiettivo non si sarebbe limitato a fare tutto ciò che le risorse a disposizione gli avrebbero consentito, ma avrebbe proporzionato le risorse ai bisogni. Proporzionare i beni ai bisogni significò oltre che mobilitare importanti risorse pubbliche, coinvolgere l’intera città. La concretezza di La Pira si espresse – come sapete bene – su tutti i campi del sociale: dalle medicine al latte, distribuito quotidianamente nelle scuole per integrare la dieta, in molti casi inadeguata, dei bambini di Firenze; dalle case requisite, alla costruzione dell’Isolotto; dalla lotta contro i licenziamenti di massa, alla nazionalizzazione del Pignone e della Galileo.

Oltre a ciò, durante la prima amministrazione La Pira, fu anche rifatta la pavimentazione del centro, furono costruiti i ponti distrutti dalla guerra, riorganizzato il trasporto pubblico, elaborato il piano urbanistico. Insomma, quando, nel 1965, la stagione lapiriana venne forzosamente chiusa, nessuno avrebbe potuto accusare La Pira di non aver realizzato concretamente il programma del 1951. Anzi, le realizzazioni lapiriane hanno qualcosa dell’incredibile già al 1954. Proprio in virtù di questa concretezza, rifiuto di applicare a La Pira la categoria del “sognatore”. Se tutti i sognatori fossero come La Pira, oggi le nostre città avrebbero ben altri strumenti per aggredire le povertà che, oggi, sono tornate ad essere, drammaticamente, delle vere emergenze sociali.

In quel programma, tuttavia, c’era un ulteriore obiettivo che ci racconta qualcosa del secondo “passaggio” necessario per rendere politicamente operativo il binomio del pane e della grazia: ovvero la bellezza. 

Firenze rappresenta nel mondo qualcosa di unico. Ora, qual è il bisogno fondamentale del nostro tempo, dopo quelli che vi ho accennato? Dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza! Tutti quelli che, da qualunque parte del mondo, vengono a Firenze trovano qui la quiete: la trovano nell’aria, nelle linee architettoniche degli edifici, nei volti degli uomini. Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l’attuale grande civiltà meccanica e dinamica. I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali [2].

Anche se non ne può prescindere, la politica non si può fermare al pane. L’uomo, infatti, ha sete di bellezza: è capace di contemplare la natura ed è, egli stesso, immagine e somiglianza di Dio, artefice di bellezza. La bellezza dice che il valore dell’esistenza umana trascende la pura materialità. Il significato profondo della persona umana, infatti, va ben oltre ciò che si può mangiare e ciò che si può “monetizzare”. Il materialismo, secondo La Pira, negando la sete di bellezza nega il valore dell’esistenza e della dignità umana. Attenzione però, La Pira denuncia due materialismi: il materialismo ateo delle ideologie comuniste che comprimono la libertà e impongono un sistema oppressivo ed estremamente precario e quindi destinato a non durare; il materialismo pratico delle ideologie liberiste che reprimono la sete di bellezza costringendo alla angosciosa lotta quotidiana per la sopravvivenza o creando falsi bisogni consumistici.

Contro questi due materialismi, la bellezza della città sarebbe rimasta muta, non avrebbe potuto costituire un centro di attrazione per le nazioni e di diffusione dei valori universali, se Firenze non fosse stata anche la città del pane per tutti. L’autentica bellezza di una città è cioè da intendersi come sinergia della bellezza, della gratuità e della trascendenza con un tessuto sociale, produttivo e politico in grado di garantire una vita degna della sete di bellezza che è racchiusa in ogni creatura.

Tuttavia la bellezza non si inventa dal nulla, ma la si riceve. Ed eccoci al terzo passaggio con cui La Pira agì per realizzare la civiltà del pane e della grazia: quello della cultura. Nel 1954 il Sindaco di Firenze fu invitato a Ginevra, presso il Comitato della Croce Rossa Internazionale, a tenere una relazione sulla difesa delle popolazioni civili delle città in caso di bombardamento atomico. In quella sede, il Sindaco sostenne che gli Stati non hanno diritto di distruggere le città perché esse non appartengono alle generazioni presenti, ma a quelle future [3]. Occorre infatti garantire la continuità storica delle città per consegnare, accresciuto e arricchito, “un patrimonio essenziale, per l’elevazione spirituale e materiale dell’uomo” [4]. La cultura, per La Pira è essenzialmente ricezione creativa della tradizione (artistica, tecnica, politica, religiosa…): questa tradizione è depositata nelle città, distruggerne una vuol dire rubare alle giovani e alle venture generazioni la possibilità di acquisire conoscenze essenziali relative all’arte del fare bene le cose e a quella di conoscere il mistero della vita. Non siamo, infatti, angeli e la trasmissione della cultura, dei saperi, ha bisogno di strutture. La città è esattamente questa articolazione di strutture che servono a trasmettere la cultura che in esse si sedimenta e si accresce.

Tuttavia – e vengo al quarto passaggio quello dell’unità – una città da sola, non basta, anche se si chiama Firenze, perfino se si chiama Roma o Gerusalemme. E’ evidente, infatti, che se la città è articolazione di strutture per la trasmissione creativa della cultura umana, la città non si può mai dare come monade, come microcosmo isolato. I monumenti stessi, le architetture, testimoniano che la cultura si forma e si sedimenta attraverso la scambio,  l’interculturalità. Tutte le città, quindi, piccole e grandi, costituiscono una sola articolazione di strutture che permettono la trasmissione e la crescita delle culture, ciascuna con la sua specificità e quindi ciascuna essenziale, irripetibile, irrinunciabile.

Ma allora le città hanno una capacità di unirsi che gli stati non possiedono. Anzi, esse hanno il dovere di organizzarsi per vedere rispettato il loro diritto di non essere distrutte. Possono e devono agire su scala internazionale in forza del loro diritto all’esistenza. Esiste, cioè, una sorta di jus ad pacem che le città detengono e che devono esercitare. Di qui la convocazione, a Firenze, nel 1955, del convegno dei Sindaci delle capitali del mondo. Il protagonismo delle città negli scenari internazionali avrebbe potuto e dovuto costituire un elemento fondante del nuovo sistema internazionale reso necessario dall’impossibilità della guerra nucleare e dal superamento della funzione tradizionale degli stati all’interno di un sistema economico interdipendente.

Quindi, concretezza, bellezza, cultura e unità come passaggi attraverso i quali costruire la civiltà del pane e della grazia, la civiltà della liberazione e della solidarietà.

Cari amici questa è una visione di concretezza che per La Pira aveva un orizzonte preciso, entro il quale è necessario inquadrare il suo discorso sulla città, se lo si vuole comprendere nella sua completezza; ma oserei dire, per un credente, se lo si vuol comprendere nella sua perenne e al tempo stesso urgente attualità.

L’orizzonte è quello del capitolo 21 dell’Apocalisse: la Città Santa che discende dal cielo. L’eternità, il nostro comune destino, è una Città: è un fatto sociale!

Visioni fantastiche? No: modello soprannaturale, celeste, ma reale, della città terrena; dell’unica città terrena della pace che siamo tutti chiamati a costruire per consegnare un mondo nuovo di giustizia, di fraternità, di grazia, di unità, di pace, di bellezza, alle generazioni venture! [5].

Ebbene, care amiche e cari amici, gli anni in cui La Pira scriveva queste parole erano anni di grande speranza: gli anni di papa Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, del miracolo economico in Italia e della ricerca di un nuovo equilibrio di pace nel mondo. Una breve stagione, si potrebbe dire, interrotta drammaticamente nel sangue con la terribile guerra del Vietnam. Ma anche la Speranza e la beatitudine della fame e sete di giustizia come virtù politiche sono finite in quella stagione?

Sappiamo che per La Pira, la speranza non finì, ma lo accompagnò nella sua lotta anche nei lunghi anni, dal 1965 alla morte, della sua emarginazione. Speranze da visionario, si diceva. Nel 1973, quando alla primavera era seguito l’inverno, Giorgio La Pira ebbe a pronunciare – a Dakar, in occasione del Convegno della Federazione delle città unite – queste parole:

Inverno storico e primavera storica. Le due immagini sono state usate sin dal marzo 1958 da Pio XII e poi riprese e sviluppate da Giovanni XXIII e da Paolo VI, oltre che da altre grandi guide spirituali, culturali e politiche del mondo.

Inverno storico! Ma cosa significa politicamente militarmente, culturalmente, economicamente, ecc., questo inverno storico, rapportato alla presente età atomica, spaziale, demografica e sociale?

La risposta è espressa in maniera tanto significativa dal grosso titolo di un libro recentissimo di René Dumont Utopia o morte!

Queste parole ci interrogano ancora oggi e soprattutto ci scuotono l’anima. Credo che noi, uomini e donne del terzo millennio, dobbiamo risvegliarci da un certo torpore in cui siamo sprofondati negli ultimi decenni. Anni in cui ci siamo voluti illudere che assieme al tramonto delle ideologie fossero finite anche le “emergenze storiche”. Ma non è così.

Oggi noi viviamo in un grande “cambiamento d’epoca”, un eccezionale mutamento storico che ci obbliga a stare svegli, a guardare lontano e ad assumere una prospettiva globale, pur restando ben ancorati alla nostra storia, alle nostre tradizioni e ai nostri luoghi. Da questo punto di vista, la visione profetica di La Pira è di fondamentale importanza: per la Chiesa e l’Italia.

«Nulla può esser capito di Giorgio La Pira – come disse il Cardinal Benelli nel giorno delle esequie – se non è collocato sul piano della fede». La sua vocazione politica, infatti, è il frutto maturo della fede e rappresenta il fulcro vitale della sua «vocazione sociale». L’impegno politico per La Pira è dunque «un impegno di umanità e santità» che deve «poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità». La carità e la politica si fondono, in La Pira, in un legame inscindibile.

E lo stesso legame tra carità e politica è al centro della predicazione di Papa Francesco. Nella Evangelii Gaudium il Papa ha scritto chiaramente che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”. E recentemente a Cesena il Papa ha ribadito con forza che la politica non può essere asservita “alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi” ma deve avere come unico grande obiettivo “il bene comune” dell’intera società, senza lasciarsi tentare dalla corruzione e senza lasciare ai margini della società i piccoli e i poveri.

Solo con una politica che abbia veramente a cuore la dignità della persona umana e che utilizzi il “bene comune” come unico criterio di scelta, si possono trovare delle soluzioni responsabili e realiste alle grandi sfide del mondo moderno: ai temi dello sviluppo, del disarmo, della mobilità umana, della bioetica, della convivenza di culture e religioni diverse, degli equilibri ecologici.

Carissimi amici, non sarà il realismo dei materialisti a consegnare un “mondo migliore” alle generazioni future; non sarà certo il “realismo” di chi crede che tutto abbia un prezzo e che l’uomo vive solo di ciò che riesce a vendere e comprare; e non sarà, infine, il realismo dei fondamentalisti che, negando la bellezza di Dio, operano la più radicale ed atea negazione di Dio.

L’unico realismo che apre le prospettive alle generazioni future è quello del Vangelo delle Beatitudini e di chi non si stanca di avere un inesauribile fame e sete di giustizia!

 

 

[1] Giorgio La Pira Sindaco, I, (a cura di U. De Siervo – G. Giovannoni – G. Giovannoni), Firenze, Cultura Nuova Editrice, 1988, 18.

[2] Idem, 33.

[3] Discorso al comitato della Croce Rossa, 1954 Idem, 381-386.

[4] Discorso di apertura del Convegno dei Sindaci delle Capitali del Mondo, 1955, in La Pira Sindaco, II, 104.

[5] Giorgio La Pira, Costruire la città della pace, in Giorgio La Pira, Le città non vogliono morire, Edizioni Polistampa, Firenze, 2015, 139-140.

Cari amici,
sarà a Palermo, il 13 e il 14 ottobre prossimi, il IV Convegno nazionale “Spes contra Spem”, in occasione del quarantesimo anniversario della morte del prof. La Pira. 
Tanti gli ospiti e le occasioni di riflessione: confermiamo che venerdì 13 ottobre, nell’Aula Magna della Scuola di Giurisprudenza in via Maqueda, dopo il saluto introduttivo di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, il Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, introdurrà il tema “La Pira e la città”.
Sabato 14 al mattino saremo ospiti del Sindaco Orlando al Palazzo delle Aquile dove si svolgerà una tavola rotonda di sindaci sul tema “Essere sindaco oggi”, come prosecuzione della riflessione del pomeriggio precedente.
Il pomeriggio di sabato, terza sessione nuovamente nell’Aula magna della Scuola di Giurisprudenza, sarà dedicato al tema del Mediterraneo con una relazione della professoressa Bruna Bagnato, studiosa di Relazioni Internazionali con particolare riferimento al Mediterraneo.
Al Convegno è stato inoltre invitato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
 
A seguire alcune le note organizzative e termini di iscrizione 

INFORMAZIONI PRATICHE: ISCRIZIONE E SISTEMAZIONE 

Si prega di iscriversi inviando una mail all’indirizzo spescontraspem4@gmail.com

Nell’email si prega di indicare nome, cognome, provenienza, eventuali appartenenze a gruppi/circoli e contributi alla discussione.

Il pranzo del sabato 14 sarà offerto a tutti i partecipanti.

Ogni partecipante è invitato a provvedere da solo/a alla propria sistemazione. Di seguito si segnalano alcune strutture che hanno offerto dei prezzi speciali:

 

1) CAMPLUS – Via dei Benedettini 5, tel. 091 7789151, cell. 335 6041636 (Mariangela Troia), mariangela.t@camplus.it, www.camplus.it

 N°20 Camere

Doppie uso singolo € 65.00

Doppie € 78.00

Le tariffe si intendono per camera, per notte, inclusa iva, servizi e buffet breakfast.

Tassa di soggiorno, da pagare extra alla partenza, di € 1 a persona. 

 

2) FORESTERIA VALDESE – Centro Diaconale “La Noce” Via G.E. Di Blasi, 12

Tel. +39 091 681 7941 (Antonio Fontana) c.d.foresteria@lanoce.org

Camera doppia 24,30 a persona; doppia uso singola 32,30

Colazione 3,50 (sono disponibili i pasti a 18 Euro)

Altre strutture collegate con prezzi analoghi:

3) B&B Sole Luna (ref. Patrizia Opipari +39 338 705 3861) che dispone di 4 camere doppie

4) B&B Ai Vicerè (+39 091 507 3915  +39 342 560 5626) che dispone di 10 camere doppie (entrambi si trovano nei pressi del teatro Massimo).  

 

Breve presentazione di Giorgio La Pira ai giovani che si preparano

alla veglia di Preghiera per la festa delle stimmate di San Francesco

Chiusi de La Verna, 16 settembre 2017

 

Care amiche e cari amici,
parlare di La Pira qui a Chiusi, preparandosi a passare una notte di preghiera e cammino verso il santuario de La Verna ci offre un’occasione assolutamente unica, credo, anche per andare al cuore della personalità di La Pira, che stasera vogliamo ricordare a quaranta anni dalla morte. Anzi addirittura questa festa delle stimmate ci permette di fare esperienza della stessa sorgente da cui sono scaturite le scelte, il pensiero e le azioni di Giorgio La Pira.

Le stimmate di Francesco, infatti, rappresentano in maniera visibile una realtà cui siamo chiamati tutti, anzi una realtà che ci appartiene in virtù del nostro battesimo: la partecipazione alla morte del Signore Gesù per risorgere con Lui alla vita nuova. Un fatto non solo simbolico, ma sacramentale e quindi una chiamata concreta, esistenziale, esperienziale, ecclesiale. Una vocazione che interpella la nostra libertà e la nostra capacità di amore.
Vi è un’esperienza profondissima che lega La Pira a La Verna e alle stimmate di Francesco, una esperienza di vita e quindi autenticamente spirituale.
Giuseppe Dossetti ricordando La Pira nel decimo anniversario della morte iniziava il suo discorso con una citazione di san Paolo che riporto per intero:
“Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati: siamo sconvolti, ma non disperati, perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, poiché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti noi che viviamo siamo consegnati alla morte a causa (per amore) di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale” (1 Cor 4,8-11).
Ebbene, Dossetti, pensando a La Pira commentava questi versetti così:
“credo che nessun altra parola possa meglio rendere conto della persona e della vita di un uomo la cui esperienza globale può e deve essere riassunta, a mio avviso, come esperienza di dolore e di morte del suo io empirico e insieme esperienza in sé della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto”.

(Giuseppe Dossetti, Un Testamento fatto di parole, in “Essere nel mondo il missionario del Signore”. Testimonianze ecclesiali su Giorgio La Pira, Edizioni Polistampa, Firenze, 117).

 La vicenda di La Pira si riassume, quindi in questi due aspetti: nel dolore e nella morte dell’io empirico, nella esperienza della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto. Ecco perché La Pira è legato a La Verna: perché l’esperienza di Francesco e le sue stimmate sono esattamente morte dell’io empirico ed esperienza traboccante di gioia e di vita nell’incontro col Signore Gesù risorto e vivente per sempre, per la vita del Mondo.

Certo, questo linguaggio della morte dell’io empirico ci suona abbastanza incomprensibile, e anzi vorrei dire, per certi versi fortunatamente incomprensibile perché vuol dire che certe “mortificazioni” più legate alla paura del peccato e di un dio cattivo che all’esperienza della gioia di Pasqua ci sono estranee. Ma credo che dietro questo linguaggio arcaico vada ricercata una cosa vera e La Pira ce la può suggerire.

Infatti nella vita di Giorgio La Pira la morte dell’io empirico (come la chiamava Dossetti) e la gioia della Resurrezione si sono declinate come amore, libertà, sete e fame di giustizia. È quindi attraverso queste tre realtà che voglio raccontarvi un po’ Giorgio La Pira: amore, libertà, sete e fame di giustizia.

La libertà (interiore ed esteriore) di La Pira era così evidente che destabilizzava i suoi interlocutori, chiunque fossero, dall’ultimo barbone di Firenze al papa. Ma questa libertà, non facile, che richiede fatica, dolore e morte dell’io empirico, trova la sua radice più profonda e più autentica, lo abbiamo capito dalle parole di Dossetti, nell’amore.

A questo punto ci si aspetterebbe forse il racconto della vita di un santo mistico, di un maestro spirituale, di un uomo interamente dedito alla meditazione, alla preghiera e alla contemplazione e invece ci troviamo davanti a un politico! Non un politico mezzo prete, come è stato accusato, ma un politico politico (nonostante fosse anche un mistico vero): uno che faceva le campagne elettorali per vincere le elezioni e che anzi ha sempre vinto le elezioni cui ha partecipato.

In realtà per La Pira fare politica fu come una conseguenza necessaria della sua scelta di vivere l’Eucarestia insieme ai poveri tutte le domeniche. Un appuntamento costante, settimanale, con i poveri, nell’esperienza dell’Eucarestia come incontro col Cristo, ma anche con il popolo che lui raduna. Un popolo di fratelli e sorelle, un popolo di eguali, un popolo fatto di persone e di volti, per ciascuno dei quali Gesù ha dato se stesso, non importa quanto sfigurati dalla miseria materiale e morale. Cioè l’esperienza dell’Eucarestia non è solo incontro “religioso” e “devoto” con Gesù, ma anche incontro con gli uomini che il Cristo accoglie in tutte le loro fragilità e povertà ma soprattutto nella loro infinità dignità.

La Pira tirava le conseguenze da ciò che vedeva: se il popolo a cui appartengo è questo popolo con cui celebro l’eucarestia e se a questo popolo appartengono tutte le genti, perché tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza e l’Eucarestia è il cuore misterioso dell’umanità in cammino, allora non mi posso limitare a dare un po’ di pane la domenica. O meglio, la domenica il pane si dà e di quello buono, perché da qualche parte bisogna pur cominciare, ma poi si deve continuare. Ebbene la politica per La Pira è stato semplicemente questo operare conseguente perché il bene comune (cioè, ai suoi tempi, come ai nostri: la casa, il lavoro, la scuola, l’ospedale) fosse più equamente distribuito fra gli uomini e costituisse la necessaria premessa per la libertà di ciascuno, o meglio per il difficile cammino di liberazione che mette ciascun uomo in condizioni di vivere una vita di relazione non sottoposta al ricatto della miseria per gustare (con la grazia di Dio), la bellezza, la poesia, l’amicizia, la gratuità, la solidità dei rapporti familiari e poi anche la preghiera, la liturgia, l’unione con Dio.

La politica quindi sgorga dall’Eucarestia e si manifesta prima di tutto come fame e sete di giustizia per i poveri, costruzione della città degli uomini in cui si lotta perché una porzione del bene comune sia attribuita a quelli che ne sono stati privati da un sistema economico e sociale ingiusto. La politica, cioè, è prima di tutto mettersi dalla parte dei poveri.

E però La Pira è riuscito a vivere la politica come la beatitudine di colui che ha fame e sete di giustizia, perché è stato un uomo estremamente libero! E’ riuscito cioè a dominare l’istinto di affermazione di se stesso, di controllo degli altri, di sete di potere e di ricchezza (questo ciò che Dossetti chiamava la morte dell’io empirico) di cui ciascun uomo (anche La Pira, san Francesco, ciascuno di noi) fa esperienza.

Solo un uomo sovranamente libero poteva riuscire, una volta diventato Sindaco di Firenze, a requisire le case sfitte per darle agli sfrattati, a occupare le fabbriche insieme agli operai licenziati, a costruire interi quartieri, oltre che a rifare ponti, strade, scuole. Ci sarebbe da parlare a lungo e non è possibile.

Ho pensato però fosse importante parlavi di un La Pira politico in senso stretto, e da dove sgorgasse la politica di La Pira, perché se non si tiene conto di questo non si capisce neanche il La Pira operatore di pace, il La Pira francescano che va disarmato dal Sultano d’Egitto (Nasser) o nel cuore dell’Unione Sovietica atea e persecutrice della Chiesa. Non si capisce neanche il La Pira del dialogo interreligioso. Il La Pira operatore di pace, infatti, è semplicemente il La Pira che ha capito che la pace la si persegue costruendo a livello globale una città degli uomini fondata sulla giustizia e sulla libertà, perché c’è un unico bene comune universale che appartiene all’intera famiglia dei popoli.

Ecco, e concludo, la terrazza de La Verna, da cui La Pira spesso partiva per i suoi viaggi di pace. La Verna, con la sua – scusatemi il parolone – concentrazione cristologica, è una terrazza perché mostra in prospettiva l’orizzonte del dialogo con gli altri, in particolare con le altre religioni (Francesco che va dal sultano). Non un orizzonte folcloristico e nemmeno dottrinario (per far contento qualche teologo), ma l’orizzonte concreto della costruzione della città degli uomini secondo il sogno di Dio, una città giusta e quindi pacifica.

Un’intuizione simile l’ha avuta, ma in questo è stato davvero capito da pochi, Giovanni Paolo II che non a caso volle riunire i rappresentati di tutte le religioni ad Assisi per pregare per la pace. Un’intuizione simile anima papa Francesco!
Per noi, credo, ne derivi un compito: siamo davanti ad una scelta, ad un bivio: possiamo lasciare che i profeti di sventura (quelli che gridano allo scontro di civiltà, come quelli, ancora più numerosi, che credono che debba esistere una sola civiltà) trasformino questo mondo dalle molte religioni in un contrasto continuo dove alimentare le paure e le guerre; possiamo impegnarci perché attraverso il dialogo questo mondo plurireligioso diventi più giusto e quindi più pacifico. La sfida è a misura del nostro vivere quotidiano e delle nostre aspirazioni più grandi e profonde. Io credo che stasera La Pira ci inviti a pensare alle stimmate di Francesco come all’offerta che è data a ciascuno di noi di rinunciare a ciò che ci impedisce di essere giusti, liberi e innamorati e per credere che la forza della Resurrezione di Cristo ha una sua incidenza storica che fiorisce grazie a tutti quelli che credono che avere costantemente sete e fame della giustizia sia una beatitudine cui non rinunciare e un destino grande per cui vale la pena di vivere la vita in pienezza.

A 40 anni dalla morte un doveroso  ricordo del ‘sindaco santo’

GIORGIO LA PIRA, UOMO DI DIO E PROFETA DEL DIALOGO E DELLA PACE

Il 5 novembre abbiamo ricordato la nobile  figura di Giorgio La Pira (1904-1977), di cui auspichiamo la beatificazione  il più presto possibile, a edificazione della Chiesa e del mondo.

In questo  ricordo desidero sottolineare alcuni lineamenti del grande uomo di Dio, apostolo della pace e profeta del dialogo e dell’amore.

La Pira ‘uomo di Dio’

La Pira fu ‘uomo di Dio’: prima di tutto Dio, la preghiera, la lettura orante della Parola, l’amore all’Eucaristia. La Pira iniziava sempre la giornata con la partecipazione alla Santa Messa e la  Comunione. Se poteva, partecipava anche a una seconda celebrazione. ‘Niente anteporre a Dio’, come scrive san Benedetto nella sua Regola: La Pira fu fedele a questo principio fino alla  morte, avvenuta a Firenze il 5/11/1977. Aveva 73 anni, essendo nato il 9/1/1904 a Pozzallo (Ragusa), tristemente famosa in questi ultimi tempi per gli sbarchi di tanti migranti in cerca di una vita migliore.

Il suo corpo, sepolto per molti anni nel cimitero di Rifredi nella nuda terra, riposa dal 2007 nella ‘sua’ chiesa domenicana di S. Marco.

Sulla casa natale di La Pira c’è questa magnifica lapide, che sintetizza la fisionomia umana e spirituale del ‘sindaco santo’: “In questa casa il 9.1.1904 è nato Giorgio La Pira, figlio di Pozzallo, cittadino del mondo”.

Possiamo  dire in sintesi che La Pira ha capito perfettamente quello che ha scritto Leon Bloy: “La sola vera tristezza è di non essere santi” ed è vissuto cercando sempre di vivere in pienezza la propria vocazione battesimale.

La Pira ‘uomo delle beatitudini’

Il sacerdote-scrittore  don Silvano Nistri,  amico dei ‘santi’ di Firenze dell’epoca, che, secondo il sentire comune della gente (‘vox populi vox Dei’)  erano  l’arcivescovo Dalla Costa, don Facibeni e La Pira, intimi amici tra loro, parlando della santità di La Pira, vede il ‘sindaco santo’ sul monte delle beatitudini. Scrive: “Ciascuno di noi ha un posto nel Vangelo. Il Signore ci ha incontrati tutti da qualche parte: a Betlemme, a Nazaret, sulle strade della Galilea… Nella geografia della grazia c’è un luogo dove ci ha visti e ci vede.

Dove ha incontrato La Pira? Non è difficile indovinare: sul monte delle beatitudini. Là, sull’erba del prato dove Gesù si è messo a sedere, in mezzo ai discepoli che gli fanno corona c’è anche lui, povero in spirito, mite, operatore di pace, affamato e assetato di giustizia”.

Contemplazione e azione

Contemplazione e  azione sono i due cardini su cui poggiano saldamente l’uomo, il cristiano, l’apostolo di ‘pace e bene’ La Pira. Mi piace ricordare che fu anche terziario francescano e amico, tra i tanti, di p. Agostino Gemelli e quando il grande francescano diede vita all’istituto secolare dei Missionari della Regalità di Cristo (1928) ,La Pira aderì con grande convinzione.

La Pira fu un grande profeta e apostolo del dialogo e della pace: dialogo con tutti gli uomini, con tutte le religioni, a cominciare dalla triplice famiglia di Abramo: cristiani, ebrei e musulmani.

Per la pace si mosse in molte parti del mondo, dalla Russia (famoso il viaggio del 1959 con il compianto Vittorio Citterich) all’America, dall’Africa alla Terra Santa, dal Viet Nam alle nazioni d’Europa.

Come sindaco di Firenze e prima ancora come sottosegretario al lavoro nel governo Fanfani (suo grande amico), pose sempre in primo piano l’impegno a favore dei più deboli, poveri e disoccupati. Celebre la sua frase: “Il pane (e quindi il lavoro) è sacro; la casa è sacra: non si tocca impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è Vangelo!”.

La politica come attività ‘religiosa’

Ho letto recentemente in un libro allegato al Corriere della Sera, che riporta alcuni discorsi del card. C.M. Martini (Dare a ciascuno una voce), belle espressioni di Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, che in visita a Firenze nel novembre 1987, ebbe a dire tra l’altro: “La visione positiva delle cose e delle istituzioni guidò l’azione generosa e illuminata di Giorgio La Pira. Del realismo dell’utopia egli seppe sempre dare piena e risoluta testimonianza…  Manifestazione certamente della sua inesausta ‘caritas’ di cristiano, ma anche dei suoi profondi convincimenti di democratico, della sua fede in una democrazia che non sia soltanto l’arengo ove i forti sviluppano le loro facoltà, ma anche la casa comune dove essi, crescendo e consolidandosi, sappiano e vogliano porre le premesse per la crescita dei più deboli”.

Questa è la vera politica che chi si occupa della ‘cosa pubblica’ dovrebbe perseguire. Chi lo dice ai nostri politicanti da quattro soldi, che smaniano più di apparire in televisione che di occuparsi seriamente del bene comune?

E’ nota la definizione che La Pira dà della politica fatta da cristiani: ‘La politica è l’attività religiosa  più alta dopo l’unione intima con Dio’. Si noti l’aggettivo ‘religiosa’, perché ogni azione compiuta da un cristiano  è sacra.

Così vivevano l’impegno sociale-politico La Pira, De Gasperi, Dossetti e tanti altri, comprese molte donne, prima fra tutte la ven. Armida Barelli. E non si vergognavano certo di parlare di Dio e della propria fede. Quando mai oggi sentiamo un politico cristiano parlare di Dio?

A proposito di Dossetti, che abbandonò la politica attiva per farsi sacerdote, sentite cosa dice dell’amico fraterno La Pira, riferendosi in particolare al periodo della Costituente: “Di quel periodo è incalcolabile quello che debbo alla fraternità e all’inesausta capacità di speranza e di amore di Giorgio La Pira, al suo fascino di purezza e di contemplazione”.

Ottimismo ‘tragico’

Il grande mistico Divo Barsotti , che La Pira chiamò a Firenze quando don Divo, giovane sacerdote, cercava la  strada per vivere in pienezza la propria vocazione, sottolinea, in una magnifica testimonianza, l’ottimismo di La Pira: La Pira – scrive in sostanza Barsotti – fu un uomo di grande fede e di grande ottimismo, ma il suo ottimismo non era un ottimismo superficiale, di facciata: era un ottimismo ‘tragico’, cioè fondato sulla croce di Cristo: solo da quella fonte possono scaturire per il cristiano la vera gioia e il vero e motivato ottimismo.

“La grandezza più vera di La Pira – dice ancora  Barsotti – è negli anni in cui l’ho conosciuto proteso unicamente verso Dio, senza la facile illusione che l’apporto, anche cristiano, possa risolvere i problemi che si pongono all’uomo. La soluzione unica è data dall’unico Salvatore, ed è Cristo”.

Concludo con tre inviti fraterni:

– l’invito ad occuparci di cose belle , sull’esempio di La Pira. Troppi cristiani perdono tempo in mille sciocchezze, facendone il perno della propria esistenza. Basti pensare allo spazio che molti danno ai cosiddetti ‘social’, che a mio parere stanno facendo un sacco di danni specialmente ai giovani. Ho letto giorni fa il giudizio drastico di un esperto (e chiedo scusa per la parolaccia, non mia): “Il predominio dei ‘social’ è il più grande rincoglionimento di massa del tempo attuale”;

– dare il primo posto a Dio, alla preghiera, alla ‘lettura orante’ della Parola, all’Eucaristia. Quanti di noi, per fare un esempio, si fermano ogni tanto in chiesa per fare visita al SS. Sacramento? Io vedo le chiese, al di fuori della Messa, sempre vuote o quasi: pochissimi si fermano a pregare, a dialogare con Dio, ad adorare Gesù presente nel tabernacolo;

– preghiamo molto per la pace nel mondo: solo Dio può salvarci dalla rovina totale, dallo sfacelo. Molte teste calde,  piene non di materia grigia ma, si direbbe, di…polvere da sparo, stanno scherzando drammaticamente col fuoco, a rischio per tutta l’umanità: ci sono venti di guerra in giro nel mondo che non fanno presagire niente di buono. Preghiamo molto per la pace! Ripeto: solo Dio può aiutarci.

E preghiamo anche per la beatificazione di La Pira: la ‘causa’, aperta nel 1986 dal compianto arcivescovo di Firenze Piovanelli, registra purtroppo un periodo di stallo. Riporto la preghiera apposita che invito a recitare spesso.

Preghiera per la beatificazione di Giorgio La Pira

O Dio, che concedesti al tuo servo Giorgio La Pira la grazia di amarti e di testimoniarti in modo ammirevole nella vita culturale, sociale e politica del nostro tempo, concedici le grazie che ti domandiamo…; e fa’ che sia riconosciuta dalla Chiesa l’eroicità delle sue virtù, perché sia venerato dal popolo cristiano come ispiratore di carità, di giustizia e di pace. Amen”.

Pace e bene! Valerio Torreggiani, 7.11.2017

IV CONVEGNO NAZIONALE GIORGIO LA PIRA

SPES CONTRA SPEM 4

 

Palermo 13-14 ottobre 2017

Venerdì 13 ottobre –  Aula Magna della Scuola di Giurisprudenza , via Maqueda

ore 15         Arrivi e registrazione

ore 15.30    Inizio dei lavori – Presiede Salvatore Xibilia, Centro La Pira, Siracusa.

 Benvenuto da parte dei co-promotori: Leoluca Orlando per il Comune di Palermo, Mario Primicerio per la Fondazione La Pira

ore 15.45    Saluti istituzionali

ore 16         Saluto introduttivo di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo

ore 16.30  Relazione “Giorgio La Pira e la città” S.E. Card.Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

ore 17.15    Interventi: 

 Centro Studi Giorgio La Pira, Cassano Ionio (CS)

 Centro Culturale Giorgio La Pira, Pavia

 Centro Sociale Santa Chiara, Palermo

  Centro Culturale Giorgio La Pira, Motta di Livenza (TV)

ore 18   “Le attese della città, oggi” Prof. Carlo Cellamare, Laboratorio di Studi Urbani “Territori dell’abitare”, Università La Sapienza, Roma

ore 18.30  Interventi:

Gruppo La Pira, Azione Cattolica di Cagliari

AGESCI, Palermo

Centro Socio-Culturale G. La Pira, Pomigliano d’Arco (NA)

                 

Sabato 14 ottobre, sessione del mattino – Palazzo delle Aquile

ore 9.30      Inizio dei lavori – Presiede Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo

ore 10         Introduzione : Immagini di La Pira sindaco” – Vanessa Roghi, storica del presente

ore 11      Tavola Rotonda “Essere Sindaco oggi” con la partecipazione dei Sindaci di Palermo, Caltanissetta, Messina, Pozzallo, Firenze

ore 13         Pranzo

Sabato 14 ottobre, sessione pomeridiana – Aula Magna della Scuola di Giurisprudenza , via Maqueda

ore 15         Inizio dei lavori – Presiede Anna Staropoli, Istituto Arrupe, Palermo

ore 15.15   “Il Mediterraneo, oggi” Prof.ssa Bruna Bagnato, Scuola di Scienze Politiche, Università di Firenze

ore 16.15   Interventi:

Associazione La Pira, Catania

 Circolo La Pira Etna Sud, Nicolosi

 Laici missionari comboniani

Officina politica Giorgio La Pira, Caltanissetta

Federazione Chiese Evangeliche, Tavola Valdese, Comunità di Sant’Egidio

ore 16.45    Il Mediterraneo e la sicilianità nelle azioni di Giorgio La Pira” – Vincenzo Sorce, Presidente di Casa famiglia Rosetta

ore 17.15    Interventi:

Azione cattolica Palermo

 Gruppo FUCI Giorgio La Pira, Messina

Centro Mediterraneo Giorgio La Pira, Pozzallo

ore 18         Discussione e conclusioni

 

INDICE RIEPILOGATIVO DI TUTTI GLI INTERVENTI

Fondazione La Pira Introduzione 1
PARTE PRIMA
G. Bassetti Giorgio La Pira e la città 2
M. Trufelli Il saluto dell’Azione Cattolica 3
C. Cellamare Una città per l’uomo: le attese della città, oggi 4
M. Bruno Il progetto Città 3.0 5
P. A. Carnemolla Il valore della città in Giorgio La Pira 6
F. Adenti La città cantiere di partecipazione 7
G. Scialò Città, geografie umane dove costruire ponti 8
R. Sedda Giocare la città 9
G. Meli, G. Messina La Sicilia possibile 10
Gruppo Universitari Opera La Pira I giovani e la città 11
G. Mazzaglia Riflessioni sul convegno “Laudato si’ e grandi città” 12
D. Cangelosi Un progetto di integrazione pacifica a Palermo 13
M. Agostino La Tavola Rotonda “Essere sindaco, oggi” 14
PARTE SECONDA
B. Bagnato Il Mediterraneo oggi 15
A. Staropoli Per una visione lapiriana del Mediterraneo 16
S. Di Mauro Mediterraneo, non solo Africa 17
A. Nastasi Mediterraneo: ipotesi di futuri scenari 18
M. Bernardini, C. Cianciolo Mediterranean Hope e i corridoi umanitari 19
D. Guarino Migrazioni: un’emergenza per la nostra umanità 20
Gruppo “Una finestra sul Mediterraneo” Lo sguardo dei giovani sul grande lago di Tiberiade 21
A. Raneri, T. Santospirito Accoglienza, integrazione e il ruolo dell’Università 22
M. Certini Studenti internazionali, ponte di cultura 23
M. De Cicco Popoli in cammino… verso la speranza 24
L. Drogo Migrazioni, accoglienza, riconoscimento 25
G. Anastasi Tracciare sentieri per costruire le paci 26
A. Danese Esperienze di migranti in una piccola città veneta 27
D. Santetti Essere in uscita 28
Y. Abd el Hadj L’educazione interreligiosa nella società multiculturale 29
PARTE TERZA
V. Sorce Giorgio La Pira tra sicilianità e mediterraneità 30
F. Garofalo Spiritualità e politica: l’attualità di Giorgio La Pira 31
F. Rovello L’eredità di La Pira per un impegno culturale e politico 32
G. Pugliese Giorgio La Pira da Pozzallo al mondo 33
G. Dormiente La Pira con gli occhi dei poeti 34
C. Parenti Il rapporto tra Giorgio La Pira e don Giulio Facibeni 35
C. Cefaloni La “magra potestà delle prediche” davanti alla guerra 36
R. Castellani Quello che ci dice oggi Giorgio La Pira 37

INTERVENTO DEL CARDINALE PIETRO PAROLIN ALLA PRESENTAZIONE DEL VOLUME:

“CON LA PIRA IN VIET NAM” 

Roma, 13 luglio 2017

 

Sig. Presidente,

Sig. Presidente Prodi,

On. Ernesto Preziosi,

Sig. Sindaco di Firenze,

Illustri Onorevoli,

Signore e Signori,

 

 

  1. Sono grato all’On.le Ernesto Preziosi per l’invito ad intervenire a questa presentazione del volume di Mario Primicerio intitolato: “Con La Pira in Viet Nam”. La vita, l’impegno ecclesiale e politico, le intuizioni e in genere la figura del Servo di Dio Giorgio La Pira, a quarant’anni dalla scomparsa, sono più che mai attuali. Nella sua persona la preghiera si è fatta azione per la comunità e l’impegno politico si è nutrito di altissimi ideali. Suscita ammirazione rilevare come in La Pira la concretezza dell’azione amministrativa e politica si fondesse e fosse costantemente alimentata da una riflessione che aveva nella Parola di Dio la sua fonte e il suo criterio di giudizio.

 

Il suo impegno come giurista, costituente e uomo di governo, la sua lunga stagione come sindaco di Firenze, la sua incessante, coraggiosa e lungimirante azione per la pace, la sua capacità di coinvolgimento e convincimento per evitare la chiusura di attività produttive che avrebbero acuito la disoccupazione, il suo impegno verso gli ultimi, erano figli della sua coltivata spiritualità. In personaggi come La Pira si coglie il sapore del profeta, che individua nuovi percorsi, richiama tutti alle verità più profonde, che per un attimo viene applaudito e considerato e poi rischia di essere incompreso da coloro i quali, non avendo una vista acuta come la sua, non colgono la profondità e verità delle sue intuizioni, salvo riconoscerne a distanza di tempo la grandezza.

 

Sentiamo credo tutti la nostalgia di persone come Giorgio La Pira, di un impegno sociale, ecclesiale, politico, nutrito tanto di solida preparazione culturale quanto di ancor più solida ispirazione ideale. Sono le condizioni perché l’impegno politico sia davvero la più nobile delle arti, le condizioni per un potere che si traduca e venga percepito come autentico servizio verso tutti e verso i più svantaggiati e i più poveri in primo luogo. Giorgio La Pira aveva i tratti di un politico di tal fatta. Se poté osare iniziative impensabili ai suoi tempi, tali da far tremare con decenni di anticipo la cortina di ferro, tali da superare mura e contrapposizioni ritenute allora invalicabili, lo si dovette proprio al fatto che, anche l’interlocutore più difficile o lontano, gli riconosceva però uno spessore umano e spirituale di primissimo piano. Anche il suo viaggio in Viet Nam si inquadra in questa logica. Il libro che oggi presentiamo ne offre chiara testimonianza.

 

  1. Mario Primicerio ha pubblicato un diario di viaggio dal 19 ottobre al 14 novembre 1965 nel quale si descrive l’impegno di Giorgio La Pira per la pace in Viet Nam nel cammino sino ad Hanoi “passando da Varsavia, Mosca e Pechino” [1]. La cronaca del viaggio è arricchita da una opportuna presentazione del quadro storico del conflitto in Viet Nam. L’iniziativa di La Pira è inoltre contestualizzata con le plurime esperienze fiorentine di colloqui internazionali che egli aveva promosso e condotto sin dal 1952 come Sindaco di Firenze. L’impegno per il Viet Nam segna l’inizio di un terzo periodo nella vita di Giorgio La Pira con una prevalente ed incisiva azione sul piano internazionale: dopo il suo impegno come membro della Costituente e l’importante contributo dato alla stesura dei Principi Fondamentali della Costituzione Italiana e dopo i tre quinquenni caratterizzati da responsabilità di governo della città di Firenze, maturò dal 1965 una fase di impegno specifico per la pace, anche in qualità di Presidente della Federazione mondiale delle città unite, con sede a Parigi. Tale fase culminò con un contributo incisivo di stimolo e di promozione per gli accordi di Helsinki alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa nel 1975, in un dialogo che ebbe con Mons. Agostino Casaroli, allora Segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, contribuendo a porre le basi di un nuova Europa che doveva uscire dalle tensioni delle Guerra Fredda.
  1. Le annotazioni del diario di viaggio di Giorgio La Pira indicano come la preghiera accompagnasse ognuna delle sue impegnative giornate e di come il suo sguardo fosse fisso alle sofferenze che la guerra portava con sé. Questo sguardo era rivolto alle vittime del conflitto, ma anche alle sofferenze che tutto il popolo vietnamita continuava a patire nell’età della decolonizzazione.

 

  1. La preghiera per il viaggio in Viet Nam, nella chiesa di Sant’Ignazio e nella Basilica di San Paolo accompagnò la partenza da Roma; il pellegrinaggio al Santuario mariano di Czestochowa segnò la prima tappa polacca insieme con la visita alle carmelitane di Cracovia e poi del Monastero di Ulica Wolska. Queste testimonianze di vita vissuta corrispondono a quanto La Pira aveva scritto nel 1956 sul valore dei monasteri.

 

Non bisogna aver paura di dirlo: la civiltà cristiana e la città cristiana sono essenzialmente civiltà monastica e città monastica nel senso che, come nel monastero, anche in esse – in ultima analisi – tutti i valori hanno una orientazione unica ed una unica finalità: Dio amato, contemplato, incessantemente lodato!… rimisurare col metro “monastico”: riedificare Gerusalemme sulla roccia di Sion!” [2].

 

Anche nella tappa a Mosca, l’azione per la pace è accompagnata dalla preghiera liturgica, dapprima nella chiesa cattolica-latina di San Luigi dei Francesi, poi al Monastero della Trinità di Zagorsk, ora Sergei Stratov. E’ un altro ritorno di La Pira alla fonte del monachesimo russo, dopo il primo pellegrinaggio del 1959, per onorare San Sergio e anche il “fiorentino” Massimo il Greco, frate domenicano di San Marco che sarà poi canonizzato nel 1988 dal Patriarcato di Mosca. L’arrivo a Pechino domenica 7 novembre è segnato dalla preghiera liturgica nella Chiesa Cattolica. Giunti ad Hanoi, il 9 Novembre, per Giorgio La Pira la Messa fu il primo impegno in terra vietnamita, come lo sarà ogni giorno successivo. E’ questo il quadro spirituale nel quale si collocò il colloquio con Ho Chi Minh dell’11 Novembre.

 

  1. Il tema del colloquio con Ho Chi Minh è chiaramente e analiticamente esposto nel diario di Mario Primicerio:

 

Il Professore esordisce dicendo che il problema di riportare la pace in Viet Nam non è un problema solo di questo popolo ma è un problema mondiale: la pace è indivisibile e la situazione mondiale contemporanea ci fa rendere conto che l’umanità è sempre su uno stretto crinale da una parte del quale sta la totale distruzione del pianeta”. [3]

 

La forza della preghiera che costituisce la prima consapevolezza di La Pira nella sua missione di pace si unì, in questo colloquio, alla coscienza giuridica del valore del diritto romano, con un richiamo all’interdictum uti del pretore romano che impone la cessazione della violenza (vim fieri veto). Lo studioso e il docente di diritto romano, La Pira è consapevole che i principi razionali della scienza romanistica, possano essere un ausilio per la risoluzione anche delle controversie attuali, nell’ambito sovranazionale.

 

Il Professore ripete che, perché tutto questo avvenga, occorre innescare un processo che ha i suoi tempi (anche l’azione del pretore romano era un passo preliminare prima del giudizio!)” [4].

 

Questo diario di viaggio conferma come l’azione dell’uomo politico si nutrì di una consapevolezza culturale e di un patrimonio intellettuale acquisito da Giorgio La Pira negli anni impegnativi della sua formazione romanistica con Emilio Betti [5].

Se il maestro giurista aveva fornito all’allievo La Pira con l’interpretazione critica delle fonti romanistiche, la sua elaborata teoria generale del negozio giuridico in ambito privatistico, l’allievo seppe, come dimostrato dalle memorie di Mario Primicerio, espandere quella elaborazione del negozio giuridico sul piano delle relazioni internazionali, ricercando strumenti nuovi con pattuizioni di pace in concrete situazioni storiche, affinché la regolamentazione pacifica si sostituisse alla violenza del conflitto. Vi è un’angolatura del contributo scientifico di Giorgio La Pira alla vita del diritto internazionale che segna il Novecento, a partire dalla sua opposizione all’occupazione hitleriana della Polonia sulla rivista “Principi” nel 1939.

 

  1. Questa esperienza di intervento di pace nel conflitto vietnamita si realizzò da parte di Giorgio La Pira nell’epoca nuova già delineata da Giovanni XXIII nell’Enciclica Mater et Magistra come: 

 

“… il tramonto dei regimi coloniali ed il conseguimento della indipendenza politica dei popoli di Asia e d’Africa …”.

 

Lo sguardo di La Pira, specialmente dopo la conferenza di Bandung del 1955 era permanentemente fisso, rivolto ai bisogni dei poveri nei continenti che riemergevano nella libertà e nell’autodeterminazione in Asia e in Africa. Era lo stesso sguardo che egli ebbe dal 1935 con i poveri di Firenze, promuovendo la Messa di San Procolo, nella quale si realizzava il contatto personale e diretto con coloro che più avevano bisogno di casa, medicine, vestiti e anche pane. L’insegnamento del beato Federico Ozanam, suo maestro sin dalla giovinezza, costituì per Giorgio La Pira un impegno di partecipazione alla Conferenza di San Vincenzo De’ Paoli con le visite domiciliari ai poveri [6]. La Messa domenicale di San Procolo promossa da La Pira, unì questo contatto dei poveri con l’Eucarestia. Il messaggio del Santo Padre Francesco del 13 giugno 2017 per la prima Giornata Mondiale dei Poveri, presenta profonde corrispondenze con l’esperienza lapiriana della Messa dei poveri.

 

Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli” (n. 3).

 

È stata, questa, l’esperienza fondante per ogni azione di La Pira: Eucarestia e pane per il povero. È stata la radice del suo impegno, dapprima quale Presidente dell’Ente Comunale di Assistenza di Firenze, dal Dicembre del 1944, nel dolore della città piagata dalla guerra, soprattutto negli anziani, nei senzatetto, nei reduci dai campi di prigionia e negli orfani. È stata anche la radice dell’impegno di La Pira come costituente e legislatore, mai disgiunto da un continuo contatto con i poveri assistiti a Firenze dall’Ente Comunale, e poi radunati ogni domenica intorno all’Eucarestia di San Procolo. La formulazione dei precetti di solidarietà nella Costituzione italiana, che ebbe il suo contributo fondamentale scaturì da questo contatto, con il corpo piagato dei poveri, continuo e intenso, dando al principio personalista il vigore di “esperienze in carne viva”, vissute nel fuoco della Seconda Guerra Mondiale. L’Osservatore Romano aveva pubblicato il 14 Giugno 1942 “L’Appello ai fratelli più ricchi” di Giorgio La Pira nel quale, indissolubilmente legato alla guerra, è il dramma della povertà:

 

“Si ha un bel ragionare di poveri, di fame, di miseria: l’esperienza di queste cose nella carne viva è cosa ben diversa: e nessuno può capirla se prima non l’ha fatta. Ebbene, fratello io ti invito a riflettere seriamente sul valore della tua posizione e sulla responsabilità che vi è collegata. Perché la riflessione sia efficace, è necessario che parta da un confronto: pensati in una posizione rovesciata: tu al posto di chi è privo di pane ed è privo di tutto. Quale immensa gioia se qualcuno ti tendesse la mano in una situazione così dolorosa! Un po’ di pane, un po’ di latte, qualche lira per comperare qualcosa, la pigione pagata; quanti pensieri levati e quante speranze rimaste nell’anima! Lo so, è difficile fingere questa esperienza. Ebbene facciamo una prova: provati ad avvicinare direttamente ai poveri” [7].

 

La Pira precisa “lo spirito cristiano è indirizzato verso i fratelli sofferenti come l’ago calamitato verso il polo, come il ferro verso la calamita. Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi dissetaste; fui malato e mi visitaste; fui nudo e mi vestiste; fui carcerato e mi visitaste. Ove c’è il dolore ivi vengono istintivamente a congregarsi le acque dell’amore” [8].

 

L’esperienza politica di Giorgio La Pira nasce da questa “esperienza in carne viva” e si alimenta anche per la sua formazione scientifica, alla ricerca delle innovazioni che possono dare soluzione ai problemi della povertà, radice delle guerre. La carità politica non prescinde quindi in La Pira dalla carità intellettuale, cioè dalla comprensione e dal dialogo con gli uomini di cultura perché, secondo l’assioma tomista, “quod non est in intellectu non est in voluntate”: l’azione incisiva e forte per la soluzione dei problemi sociali, richiede riflessione e analisi degli elementi essenziali delle questioni, pena l’inefficacia e la perdita di realismo storico. Nel messaggio del Santo Padre Francesco del 13 Giugno 2017 per la prima Giornata Mondiale dei Poveri, è detto chiaramente:

 

Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata” (n. 5).

 

Giorgio La Pira durante le funzioni di Sottosegretario al Ministero del lavoro e di Membro di questa Camera dei Deputati si impegnò, da uomo di cultura, nel dialogo con la più aggiornata ricerca economica del suo tempo, perché le scienze sociali identificassero i mezzi idonei per sollevare uomini e donne di ogni popolo dalla povertà, a partire dalla sua città e poi dell’intero Paese. Se scorriamo le note del saggio sull'”Assunzione di Maria” del 1950, Giorgio La Pira ci rivela nella nota 12-bis il suo modo di procedere nell’intelligenza delle situazioni e nelle determinazioni di nuove iniziative:

 

Ho davanti a me il Rapport sur l’Économie Mondiale 1948 edito dall’ONU [Lake Succes 1949] con il panorama mondiale che esso mostra intorno ai problemi umani più essenziali: i problemi della popolazione [crescita, mortalità, natalità], i problemi della alimentazione, dell’occupazione [e disoccupazione], del tenor di vita e così via. Ebbene: può un mondo aver pace se non si provvede con grande urgenza alla soluzione di questi problemi improrogabili? Si pensi: sopra due miliardi e mezzo di uomini, un miliardo e mezzo si trova in condizioni economiche di “sottoccupazione” e di “sotto calorie”: per questo miliardo e mezzo di uomini la soluzione del problema del loro pane quotidiano non è ancora venuta. Essi appartengono a coloro cui Gesù dice che chiesero pane, tetto, vestito, medicinali, libertà e che fu ad essi negato”. … “Il cristianesimo, con il valore della persona – anima e corpo – che esso postula, esige una vasta, urgente ed organica opera di restaurazione umana di dimensioni mondiali” [9].

 

  1. Quanto fin qui detto ci offre lo sfondo culturale ed esperienziale che lo portò anche al viaggio in Viet Nam, all’inventiva coraggiosa e dinamica a favore della pace. Il diario di viaggio di Mario Primicerio ricorda la conclusione dell’incontro di La Pira con Ho Chi Minh l’11 Novembre:

 

Ci congediamo; il Professore dona al Presidente una tavola con la riproduzione della Madonna di Giotto e gli dice «La metta là, sulla mensola del caminetto! Proteggerà Lei e il Suo popolo!» «Ma Lei come vede il futuro?» «La primavera della pace è alla porte. Il faut forcer l’aurore a naître, en y croyant»” [10].

 

L’indicazione mariana che sigilla il colloquio vietnamita di La Pira è profondamente legata alla sua ampia riflessione che aveva compiuto intorno alla dottrina dogmatica dell’Assunzione di Maria nel 1950 ed apparsa su “Cronache Sociali” [11]. Il mariologo Stefano De Fiores ha analizzato attentamente il testo teologico di Giorgio La Pira, ed ha sottolineato che quel testo sull’Assunzione è:

 

Il vero vertice del suo pensiero mariano e politico, dove la strategia storico-sociale deriva con un nesso necessario dal cristianesimo visto nella sua essenza a partire dall’evento centrale del Cristo risorto. Da essa scaturisce certamente e necessariamente l’intensa opera a favore dei poveri e degli oppressi e provengono le iniziative intelligenti e audaci per il disarmo e la pace tra i popoli” [12].

 

Infatti l’analisi approfondita del mistero mariano, di cui La Pira coglie il legame intimo con l’evento della Resurrezione di Cristo, struttura le ripercussioni antropologiche e quelle politiche, sociali ed economiche che questa meditazione spirituale-teologica illumina. Per La Pira vi è una specifica comprensione da parte dei responsabili politici, rispetto al mistero mariano dell’Assunzione, di cui si deve evitare una sola esteriore celebrazione.

 

Gli uomini che hanno responsabilità politiche, sociali ed economiche sono invitati a meditare tutto questo: la proclamazione del nuovo dogma non è soltanto l’occasione di una festa grande e di una grande liturgia: è il richiamo in certo modo «violento» a voler provvedere – con l’urgenza ormai improrogabile che la cosa comporta – alla soluzione dei più improrogabili problemi dell’uomo: – il lavoro, il pane, la casa, la dignità e la libertà. E la soluzione di questi problemi – mediante adeguate nuove strumentazioni politiche, sociali ed economiche [vino nuovo in otri nuovi!] – non concerne questo o quel popolo soltanto: concerne la totalità del genere umano (n. XII)” p. 56 [13].

 

Queste considerazioni sorgono dal valore eterno del corpo umano che risorgerà come è risorto il corpo di Cristo e come è stato assunto in cielo quello di Maria [14]. Vi è quindi una linea ininterrotta che si radica nella meditazione lapiriana del mistero di Maria ed il gesto, non formale, né convenzionale, ma teologicamente consapevole del dono ad Ho Chi Minh dell’icona mariana. L’espressione “Proteggerà Lei e il Suo popolo!” è portatrice di tutta questa riflessione teologica che ha condotto Stefano De Fiores a collocare il contributo di La Pira come un’anticipazione della “svolta storico-salvifica della mariologia (che) si attua nel Concilio Vaticano II [15]. Si può quindi osservare come vi sia una proporzionalità tra la profondità della meditazione teologico – spirituale di La Pira e l’incisività storica della sua testimonianza cristiana nell’ambito sociale e politico.

 

L’azione internazionale per la pace aveva uno spessore di umanesimo che dava a Giorgio La Pira capacità d’innovazione e di rinnovamento degli strumenti per la comunità dei popoli. Le linee direttive nelle convocazioni delle conferenze internazionali – quasi embrioni di organizzazioni internazionali, quali furono a Firenze i Convegni per la Pace e la Civiltà Cristiana dal 1952 al 1956 e poi i colloqui per il Mediterraneo, aggregando i figli della famiglia di Abramo – scaturivano da un’attenta riflessione. Si può rintracciare in La Pira un’armonica fusione tra gli strumenti razionali del realismo giuridico del pensiero tomista elaborato dal giurista Joseph Delos, poi frate domenicano, sul piano dei rapporti internazionali. Giorgio La Pira fu lettore de’ “La societé Internationale” del giurista dell’Istituto cattolico di Lille [16], sottolineando sin dagli anni Trenta, come questa “corrente c.d. obiettivista del diritto” fosse “la migliore corrente del pensiero giuridico contemporaneo che va sfociando, in modo sempre più deciso, nel diritto naturale” [17]. 

 

A questa consapevolezza scientifica Giorgio La Pira univa una sorgiva ispirazione biblica che abbracciava anche l’ebraismo e l’Islam. Ogni suo impegno per la pace era elaborato attraverso uno scrutinio attento ed accurato della situazione storica contingente ed illuminato dalla consapevolezza e dalla coscienza della verità di un cammino che conduce alla “plenitudo gentium” (Rom 13).  

 

L’impegno orante di Giorgio La Pira è intrinseco all’azione politica ed in particolare a quella internazionale per la pace. Il valore giuridico della pace che egli volle scolpito nella Carta nella Costituzione Italiana, nella condivisione con tutti gli uomini di buoni volontà, non poteva essere identificato se non in collegamento con il principio fondamentale del valore della persona umana, con quello delle sue libertà, tra cui quella religiosa, e con i principi del pluralismo e della solidarietà sociale. Il centro del pensiero di Giorgio La Pira sul valore della persona umana, quale proiezione storica e culturale del rinnovato umanesimo cristiano, si proiettava nella promozione della pace quale effettiva tutela dei diritti fondamentali alla famiglia, alla casa, al lavoro, all’educazione.

 

L’azione di Giorgio La Pira per la pace in Viet Nam, analizzata nel diario di Mario Primicerio, si collocò in una direttrice che oggi ci è più comprensibile dinanzi allo sviluppo e alle trasformazioni del continente asiatico, che già La Pira definiva il “risveglio dell’Asia”.

 

Il messaggio di Giorgio La Pira interpella l’uomo politico, ed ogni cittadino, a guardare oltre i confini di una Nazione, perché la famiglia umana abbia vita comune nella pace. La famiglia di Abramo che Giorgio La Pira convocava nei suoi rappresentanti per i Colloqui Mediterranei a Firenze sin dagli anni ’50, ha una specifica missione, perché l’intera famiglia umana sappia riconoscersi nella integralità di diritti e di doveri e insieme di fraternità universale. La Chiesa è presente nel mistero dei poveri, che Giorgio La Pira eleggeva come “i fratelli più vicini”. Come ci ricorda il Santo Padre Francesco nel suo messaggio del 13 giugno 2017, la prima Giornata Mondiale dei Poveri vuole essere un:

 

“Richiamo forte alla nostra coscienza credente affinché siamo sempre più convinti che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda. I poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo”.

 

Giorgio La Pira aveva sperimentato la verità del Vangelo, vivendo da povero con i poveri e come pacifico operatore di pace.

 

 

[1]  M. Primicerio, Con La Pira in Viet Nam; Firenze, Polistampa, 2015, p. 171.

[2] G. La Pira, “Monasteri di clausura” in “Il Focolare”, n. 10, 4 Marzo 1956, p. 1 (ora in
Giorgio La Pira, “Il fondamento e il progetto di ogni speranza”; a cura di C. Alpigiano Lamioni e P. Andreoli; prefazione di Giuseppe Dossetti, Roma, AVE, 1992, p. 53).

[3] M. Primicerio, Con La Pira in Viet Nam, cit. p. 207.

[4] Idid. p. 209.

[5] E. Betti, Il carteggio Betti-La Pira, a cura di Giuliano Crifò, Firenze, Polistampa, 2014.

[6] G.P. Meucci ha descritto: Giorgio la Pira educatore di giovani alla carità “Giorgio la Pira mi mostrò la Conferenza come cellula di un laboratorio ove la storia veniva fusa con la fede e ove il laico si preparava per quell’impegno socio-politico al quale non doveva sottrarsi” precisando che “fu Ozanam il modello nel quale La Pira si è identificato nel momento in cui, come lui, fu chiamato ad uscire al campo aperto dell’azione sociale e politica” cit. in G.P. Meucci, Nel 150° anniversario  delle conferenze di San Vincenzo De’ Paoli, in G.P. Meucci, Gian Paolo Meucci: cristiano, cittadino, magistrato, introduzioni di Giulio Conticelli, Stefano Grassi, Alfredo Carlo Moro, Firenze, Polistampa, 2006, pp. 44-53, ivi pp. 52-53.

[7]  G. La Pira, L’Appello ai fratelli più ricchi, in L’Osservatore Romano 14/06/1942, p. 1.

[8] Idid. p.1.

[9] G. La Pira, L’ Assunzione di Maria. Presentazione del Card. Giuseppe Betori ; a cura di Giulio Conticelli, Stefano De Fiores e Maria Lidova; Firenze, Polistampa, 2013; p. 93.

[10] M. Primicerio, Con La Pira in Viet Nam, cit., pp. 210-211.

[11] G. La Pira, in L’ Assunzione di Maria, “Cronache Sociali”, 4 (1950), n. 11-12, pp. 1-6.

[12] S. De Fiores, Giorgio La  Pira (1904-1977),  in “Nel nome di Maria: Giorgio La Pira e la vocazione mariana di Firenze”; a cura di Giulio Conticelli; presentazione del Card. Giuseppe Betori; Firenze, Nerbini, 2015, pp 11- 62, ivi p. 19.

[13]  G. La Pira, L’Assunzione di Maria, cit. (2013), p. 49.

[14]  Idid. p. 47.

[15] S. De Fiores, Giorgio La  Pira (1904-1977), cit. p. 39.

[16] Joseph Delos, “La societé Internationale”, Paris, 1929.

[17] G. La Pira, Principî, n. 10, Ottobre 1939, in Principî, con nota introduttiva di Giorgio La Pira, Torino, G. Giappichelli, [2001], pp. 189-190.