Tra scuola e giornalismo: gli studenti dell’ISIS Galilei di Firenze alla Fondazione Giorgio La Pira

Tra il 5 e 6 marzo un gruppo di 19 studenti della scuola ISIS Galilei, liceo delle Scienze umane a Firenze, è stato ospitato dalla Fondazione per il progetto di formazione didattica su comunicazione e giornalismo. Affiancati dal presidente della Fondazione, Mario Primicerio, e da Mario Agostino, giornalista professionista addetto alla comunicazione per la Fondazione, i ragazzi sono stati introdotti a teorie e pratiche della comunicazione, con particolare riferimento ad alcuni tra i principali strumenti giornalistici come il comunicato stampa, l’articolo e la newsletter, collaborando attivamente, attraverso riflessioni e lavoro di redazione, alla stesura della newsletter istituzionale di Marzo 2018 della Fondazione. Questi i due temi scelti ed elaborati per l’apertura del bollettino “Giorgio La Pira News” da Matteos Bardhoku, Alessandro Betti, Lorenzo Diciotti, Alessandro Galli, Leon Scott Lawrence, Jennifer Lazzali, Andrea Manetti, Adele Mannini, Manuel Martini, Lapo Masi, Samuele Mechi, Lorenzo Menichetti, Emma Meoni, Neri Miniati, Uersa Nikaj, Roberto Orlandini, Virginia Porcinai, Matilde Sieni, Riccardo Spacchini, Margherita Tulli, Annalaura Vizzini ed Elena Zampelli:

Venti di guerra nucleare: a chi non conviene la riconciliazione?

Tra le due Coree, il nord comunista e il sud filo-occidentale, nonostante alcuni periodi di distensione i rapporti sono sempre stati tesi. Alla guerra del 1950-1953 non è mai seguito un trattato di pace (la situazione attuale è solo frutto dell’armistizio del 27 luglio 1953); da allora, a complicare la situazione si è aggiunta l’uscita della Corea del Nord dal Trattato di non proliferazione nucleare (2003) e il successivo inizio (2006) della costruzione di armi nucleari. La Corea del Nord è governata dal 2011 da Kim Jong-Un, il quale negli ultimi anni ha compromesso ulteriormente i rapporti con gli USA, storici alleati della Corea del Sud, nonché dell’Unione Europea, ostentando le proprie capacità nucleari e missilistiche.

L’UE però, a differenza dell’ONU, soprattutto spinta dalle pressioni di USA, Sud Corea e Giappone, coinvolti dalle tensioni relative alla minaccia di un conflitto nucleare, non si è espressa o, se lo ha fatto, non si è posta con incisività ai fini di decisioni rilevanti. Molti membri, ma anche le cosiddette istituzioni centrali non si sono infatti posti come determinanti nella risoluzione del conflitto. Sono apparsi anzi inesistenti presentando solo preoccupazione di fronte agli eventi in questione. L’Italia si è invece mostrata più attiva nel tentativo di appianare con decisione le tensioni.

Ma tornando sui rapporti tra le due Coree, dobbiamo considerare gli avvenimenti delle recenti Olimpiadi Invernali tenutesi in Corea del Sud dal 9 febbraio al 25 febbraio scorsi, dove è avvenuta la storica stretta di mano tra il leader della Corea del Sud, Moon Jae-in, e la sorella del leader nordcoreano, Kim Yo-jong, all’apertura dei giochi: non si tratta solo della prima volta che un membro della famiglia Kim mette piede in Corea del Sud, ma anche del primo incontro con il leader del paese considerato storicamente avverso.

Sorprende che a Capodanno Kim sostenesse di “avere pronto un bottone nucleare per attaccare gli USA” e recentemente, dopo le concilianti Olimpiadi Invernali di febbraio, si sia reso disponibile a negoziare con gli USA di Donald Trump per una possibile riconciliazione dei rapporti. Tuttavia, per rendere possibile questo progetto, entrambe le parti hanno posto delle richieste alquanto ostiche ma comprensibili: se gli Stati Uniti hanno principalmente richiesto la fine del programma nucleare nordcoreano e la liberazione di tre cittadini dalla doppia nazionalità, la Corea del Nord chiede invece la fine delle esercitazioni militari congiunte da parte di USA e Corea del Sud, oltre a garanzie per la sopravvivenza e la sicurezza del suo regime. A chi allora, ci chiediamo, non conviene una riconciliazione che appare vantaggiosa per tutti?

Armi a scuola, possiamo veramente proteggerci?

“Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”, recita il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Oggi, in seguito alla strage avvenuta il 14 febbraio in Florida nella Marjory Stoneman Douglas High School, arrivano le dichiarazioni del Presidente Trump, che esprime il progetto riguardante l’armamento di insegnanti purché sufficientemente addestrati: misura che a suo dire aiuterebbe a ridurre o sopprimere la minaccia di eventuali stragi nelle scuole. Nikolas Cruz, un ragazzo di diciannove anni, armato di un fucile AR-15, aveva aperto il fuoco all’interno dell’istituto dal quale era stato espulso, uccidendo 17 persone e ferendone 15. Le proteste contro la proposta di Trump arrivano in massa, non solo da parte dei comuni cittadini ma anche da personalità quali Marco Rubio, senatore dello stesso partito repubblicano, e Robert Runcie, sovrintendente nelle scuole pubbliche della contea di Broward, che hanno espresso la loro contrarietà rispetto alla posizione del Presidente.

Trump è stato quindi costretto ad un ritrattamento della propria posizione, inimicandosi la lobby delle armi NRA, proponendo inoltre una revisione del secondo emendamento, che prevederebbe l’innalzamento dell’età di vendita delle armi da 18 anni a 21 (misura che avrebbe evitato la strage a Parkland), e amplierebbe l’entità dei controlli sugli acquirenti, escludendo persone con infermità mentali. La proposta di Trump, sia quella iniziale, sia quella revisionata, non tiene conto però di almeno due aspetti sul piano etico: il primo riguarda il ruolo di educatore che dovrebbe ricoprire un insegnante; il secondo riguarda le variabili concernenti la sicurezza pratica della proposta, soggetta ad inevitabili imprevisti che potrebbero tradursi in una progressiva crescita di stragi o, come tristemente si usa dire in ambito militare, “effetti collaterali”, ossia altri morti tra civili innocenti.

“Un decreto che esorta ciascuno a non rassegnarsi, invitando alla vera politica”

 Dopo il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede della “venerabilità” di Giorgio La Pira, la Fondazione La Pira esprime la propria gioia, il ringraziamento e un appello 

Firenze – Nella mattinata del 5 luglio 2018, la Santa Sede ha pubblicato un bollettino ufficiale con il quale ha reso noto che il Santo Padre Francesco, ricevuto in udienza il Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la Congregazione a promulgare quattro Decreti, tra i quali quello riguardante le virtù eroiche del Servo di Dio Giorgio La Pira. In tempi eccezionalmente brevi si è giunti pertanto al tanto atteso pronunciamento conclusivo in merito al procedimento iniziato nel 1986 per l’iniziativa dei Padri Domenicani, dell’Istituto secolare dei Missionari della Regalità di Cristo e della Fondazione Giorgio La Pira, allora presieduta da Fioretta Mazzei, nell’ambito del quale la fase diocesana si era chiusa il 4 aprile 2005 e la documentazione trasmessa a Roma.

Ovviamente, è giorno di grande festa per la Fondazione La Pira, dalla quale il ringraziamento va innanzitutto a tre arcivescovi di Firenze: il cardinale Silvano Piovanelli, che aprì il processo diocesano, il cardinale Ennio Antonelli, che lo ha portato a termine, il cardinale Giuseppe Betori che ha seguito tutto l’iter romano fino alla sua conclusione. Un sentito ringraziamento va anche ai postulatori, Padre Innocenzo Venchi e il professor Vittorio Peri per la fase diocesana, e a padre Gianni Festa per la fase romana, così come a Maurizio Certini, infaticabile vice-postulatore. Un giorno di festa naturalmente anche per gli oltre cento associazioni e circoli che in tutta Italia sono intitolati a La Pira; una festa per la chiesa fiorentina e anche per tutti coloro, per fortuna molti di più di quanto non si creda, che si impegnano in politica perché “vogliono bene alle persone” come amava dire lo stesso La Pira.

Al di là della festa, occorre infatti ricordare che questo decreto ha la funzione di proporre l’esempio di La Pira, ora “venerabile”, (e l’esercizio eroico delle virtù, secondo definizione teologica) a tutti i cristiani, perché, come diceva La Pira, “la politica è un impegno di umanità e di santitàL’impegno per combattere l’ingiustizia non è un optional: fa parte dei doveri fondamentali di ogni cristiano e di ogni persona umana. Quindi una grande responsabilità e un grande impegno, specie per chi ha avuto la grazia di conoscere La Pira da vicino. E pesanti come pietre sono le parole di Dom Helder Camara: “Nessuno ha il diritto di ascoltare La Pira ed accontentarsi di applaudirlo. L’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi, nel rischiare, nell’adoperarsi perché la giustizia e l’amore aprano la strada alla pace… Colui che non vuole uscire dall’egoismo, dal perbenismo, dalla viltà non ha diritto di ascoltare La Pira!”.

La Fondazione La Pira coglie pertanto la gioiosa notizia per invitare tutti gli uomini di buona volontà impegnati nella società, ciascuno nel proprio ambito, a non rassegnarsi: è l’invito tracciato dalla vita di Giorgio La Pira ed è un invito alla politica, quella con la P maiuscola, come ha ricordato recentemente lo stesso Papa Francesco, cui nessun uomo che voglia amare può oggi sottrarsi.

L’attuale momento di crisi, che è in gran parte crisi spirituale, ci pone molti interrogativi sul nostro ruolo di cittadini. In particolare ci pone domande sul nostro impegno sociale e politico, e alcune figure del passato, come Giorgio La Pira,  sono  ombra di dubbio un modello da seguire. Oggi cosa avrebbe fatto La Pira?  Cosa avrebbe detto ? In questi termini la questione risulta mal posta,  infatti, la questione non sta tanto nel chiederci cosa avrebbe fatto il Professore, piuttosto sta nel domandarci come ci poniamo noi oggi difronte all’attuale crisi di valori, e la questione è ancora più incalzante per i cristiani, per i cattolici. Io pongo la questione in questi termini: i nostri valori sono gli stessi che guidarono la sua riflessione, la sua azione politica volta ad edificare una Gerusalemme terrena specchio delle Gerusalemme celeste?

A proposito del tema scelto dagli organizzatori, Una comunità che condivide per riscoprire l’anima della città, quest’ultimo ci pone di fronte ad una particolare questione: Quale anima, o se preferite, quale identità deve avere una città? Quale identità deve avere una città per Giorgio La Pira?

Per il Professore la città è innanzitutto una casa comune, la casa comune. Il sindaco La Pira affidò la costruzione della “sua” casa comune, Firenze, all’architetto Edoardo Detti, assessore all’urbanistica nella prima Giunta di centro-sinistra. Detti promosse la redazione del Piano regolatore generale e di nuova legge urbanistica che prevedevano l’inquadramento intercomunale,  la definizione planivolumetrica delle aree di nuova espansione e un ampio ricorso ai Piani di edilizia economica popolare. La città fu dotata di numerosi servizi pubblici e di una  normativa per il centro storico.

Alla base del progetto di ricostruzione della città c’era un modello di città ideale, laboratorio di una nuova politica di pace, di una politica al servizio della speranza.

In relazione alla sua idea di città, richiamo un’espressione a lui cara:  la Germinazione fiorentina. Questa espressione stava ad indicare, tra l’altro, l’attuazione del sogno di far dialogare e operare tra loro persone la cui azione era ispirata da diverse ideologie laiche e la parte più sensibile del clero fiorentino. Tra gli interpreti di quella stagione, il cardinale di Firenze Elia dalla Costa;  lo stesso La Pira,  il sindaco della politica al servizio della speranza; don Lorenzo Milani che intendeva la cultura, l’educazione in genere come elementi fondamentali per la libertà; don Giulio Facibeni, fondatore dell’Opera Madonnina del Grappa, per il quale l’attenzione all’altro, alla persona, era uno stile di vita; Ernesto Balducci,  che insieme ad  altri fu il promotore e l’interprete di una lettura attualizzata del Vangelo. 

Uomini che per rimanere fedeli ai propri ideali e porre in atto i loro ideali non si fermavano davanti a nessun ostacolo ed erano disposti ad andare oltre regolamenti o leggi, uomini che fondavano il loro operare su una carità civile e/o religiosa,  persone che misero i propri ideali a servizio della città, quella stessa città che per La Pira è una casa comune “…in cui tutti gli elementi che la compongono sono organicamente collegati; …la Cattedrale, la scuolal’ospedale... Tutto fa parte di questa casa comune. Vi è dunque una pasta unicaun lievito unicouna responsabilità unica che è collegata ai comuni doveri“. Il compito di chi ha responsabilità nell’amministrazione della città, di chi contribuisce a qualsiasi titolo alla crescita culturale, economica della stessa, come affermava La Pira è “pensare, è essenzialmente quello di meditare: se non meditiamo siamo soltanto dei direttori generali”.

Poniamoci alcune domande: Oggi gli elementi della casa comune sono in armonia tra di loro? Chi guida il popolo pensa e lo aiuta a pensare? Medita? Meditare, o meglio contemplare, e poi agire era lo stile di La Pira sindaco… che visse questo ruolo, come una missione. La Pira si definiva  Sindaco Missionario del Signore nel mondo. Il Professore viveva il suo impegno nella città e per la città come un apostolo laico. Scrive egli stesso: “Essere apostolo nel mondo senza essere del mondo e senza essere riconosciuti dal mondo: …è esternamente, in tutto identico ad un altro uomo della sua condizione: la differenziazione è tutta interiore, perché quest’uomo che è esternamente come gli altri porta di dentro, nell’intimità del suo animola lampada dell’amore divino. Il fine di questa vocazione è chiaro: essere, nel contesto sociale che Dio assegna, lievito cristiano per le anime; ed esservi per questo solo fine ed in quanto si attui questo fine”.

 Sottolineo, ancora una volta, che per La Pira la città è la casa comune, non è un insieme di costruzioni vuote, ma un insieme di case abitate, vissute,  da uomini,  donne, da persone,  ed è nella città che La Pira identifica il centro dell’azione politica, azione rivolta alla persona, al bene comune non al servizio degli interessi particolari. Oggi è necessario ritrovare – a partire dalle nostre città – la comune chiamata vivere come grande e variegata famiglia umana che per i credenti in Gesù Cristo è un preciso dovere. Ma oggi sembra prevalere l’egoismo, l’individualismo di chi vorrebbe chiudere le nostre città. Su un articolo pubblicato  sull’Osservatore Romano nel dicembre del 1939,  durante il regime fascista, Giorgio La Pira, delineò i fondamenti di una futura convivenza civile,  i principi della morale sociale. Per il Professore il primo principio consiste in questo: gli uomini sono tutti fratelli perché creati dall’unico Dio e tutti redenti dall’unico Salvatore (…). Se una dottrina intacca questa base del vangelo è anticristiana; va respinta come antiumana; è cattiva … 

Anche noi oggi seguiamo quelle “dottrine” i cui principi ispiratori contrastano con il principio secondo cui gli uomini sono tutti fratelli? Sembra che alcuni cristiani oggi abbiano rinunciato ad edificare il modello di  casa comune che si ispira al primo dei principi della morale sociale.

Stiamo forse rinunciando ad essere gli artefici di quell’umanesimo che La Pira definiva integrale ed universale illuminato da verità eterne?